Dal Canada a Cesena per scoprire i luoghi dove hanno combattuto i soldati canadesi: il viaggio di Nolan Carter

Si chiama Nolan Carter, ha 21 anni e da Edmonton, capoluogo della provincia dell’Alberta, nel Canada occidentale, è arrivato in Romagna dopo un volo di 15 ore, qualche settimana fa, per realizzare un sogno e compiere una missione: conoscere da vicino i luoghi dove hanno combattuto i suoi concittadini al tempo della guerra. Nolan infatti è un collezionista di cimeli storici e svolge attività di volontariato presso il Museo del Loyal Edmonton Regiment (Ler), che custodisce la storia e la memoria degli Eddies, come venivano familiarmente chiamati i soldati appartenenti al Reggimento. Nel suo viaggio con varie tappe ha potuto contare sul prezioso accompagnamento di Maurizio Zoffoli, 49enne di Cannuzzo di Cervia, colonna dell’Anpi e grande appassionato ed esperto delle vicende della seconda guerra mondiale e del passaggio del fronte in Romagna. Arrivato a Ravenna, il ricercatore canadese, dopo un primo passaggio nel Riminese, è approdato nel territorio cesenate. Qui ha subito voluto visitare il cimitero del Commonwealth a S.Egidio, dove riposa un’autentica leggenda dei Ler: il maggiore Willmot George Longhurst, che cadde proprio a Cesena nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1944, a fianco di decine di soldati canadesi, che riposano in quello stesso luogo.

L’ingegno di Longhurst

Longhurst nacque a Lethbridge, nella provincia dell’Alberta, il 18 ottobre 1913. Si arruolò volontario come soldato semplice lo stesso giorno dell’entrata in guerra del Canada, nel settembre 1939. Sebbene fosse di corporatura esile e giudicato inadatto al combattimento, fu spedito in Europa, dove partecipò a tutte le operazioni, dallo sbarco in Sicilia, guadagnando ripetute promozioni sul campo, per il suo coraggio, intelligenza e spirito combattivo. Il suo nome è legato in particolare alla battaglia di Ortona, dove è diventato famoso per avere inventato la tecnica del “mouseholing”, ancora oggi illustrata nelle accademie militari di tutto il mondo tra le tecniche di combattimento in contesti urbani. Come ricorda Maurizio Zoffoli, «nel Natale 1943 quella città abruzzese era definita nella stampa alleata “la piccola Stalingrado”: un tritacarne in cui gli Alleati si trovarono inchiodati nell’incubo di ogni esercito, ossia la guerriglia urbana, dove ogni finestra poteva nascondere un’insidia e ogni via di accesso, strada o vicolo era stato deviato e organizzato in modo da condurre chiunque avesse osato addentrarvisi, in una zone letale esposta al tiro incrociato di artiglieria e armi automatiche. Questo aveva portato a uno stallo e a enormi perdite di vite umane, che Longhurst riuscì a sbloccare grazie a un’intuizione semplice eppure estremamente efficace. Se non era possibile passare allo scoperto, occorreva aprire vie nuove, aprendo con l’esplosivo dei buchi attraverso i muri delle case (da cui il nome), in cui fosse possibile infiltrare pattuglie di fanteria, spostando il combattimento dalla strada all’interno delle abitazioni, stanza per stanza, dai piani superiori a quelli inferiori».

La morte sul Savio

Tornando alla presenza e alla morte di Longhurst a Cesena, Maurizio Zoffoli ricostruisce così quei fatti, anche sulla scorta di quanto riferito da Nolan Carter: «La notte del 21 ottobre 1944 gli alti comandi avevano stabilito che il Savio dovesse essere superato all’altezza di Martorano, in un punto in cui scorre tra rive sabbiose a picco sul fiume, alte fino a cinque metri. Così, nel cuore della notte, sotto una pioggia insistente e nella completa oscurità, dopo una intensa preparazione di artiglieria, il Maggiore Longhurst superò il fiume al comando della compagnia A. Sull’altro lato si apriva una stretta area golenale, infestata da mine ed esposta al fuoco incrociato di postazioni di mitragliatrici che si affacciavano sulla cresta dell’argine e dalle finestre del borgo di Case Gentili. Longhurst cadde tra i primi, ucciso da una raffica, nel tentativo di neutralizzare un nido di mitragliatrice. Perso ogni contatto radio, privi di comando, i pochi superstiti della compagnia A che non vennero fatti prigionieri furono costretti a ripiegare sull’argine destro del Savio, subendo gravi perdite. Tra questi c’era anche il soldato George “Toby” Moroz, che rimase ferito ma riuscì a ristabilirsi prima della fine della guerra e a partecipare alla liberazione dell’Olanda nel 1945». Nolan ha portato con sé il libretto personale del soldato Moroz, testimone di quei fatti, che dopo ottant’anni è quindi ritornato idealmente nello stesso luogo.

L’altro eroe: “Smokey”

La visita a Pievesestina si è poi conclude con l’incontro con Maria Biguzzi, di 92 anni, testimone del passaggio del Fronte. Conserva un vivido ricordo dei soldati canadesi e del carrarmato tedesco Panther che fu neutralizzato vicino alla chiesa di Pievesestina da Ernest “Smokey” Smith. Un’azione per la quale fu insignito della Victoria Cross, la più alta onorificenza del Commonwealth britannico. Una targa nell’angolo sotto il porticato del palazzo comunale dalla parte di piazza Amendola lo celebra.

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