Da Cesena al Brasile: nuova avventura per il console Pietro Tombaccini, ex calciatore bianconero

Cesena

La chiusura di un cerchio grazie a un fumetto e al pallone. Pietro Tombaccini, cesenate di Borello, classe 1971, descrive così la sua nuova avventura professionale. Diplomatico di lungo corso tra Africa, Europa, Medio Oriente e Sud America per ricoprire incarichi nelle relazioni internazionali e nella cooperazione bilaterale, è stato nominato console generale d’Italia a Belo Horizonte, nello stato di Minas Gerais in Brasile. Un territorio che conta 21 milioni di abitanti, di cui circa 60mila di origini italiane. Figlio dei titolari del mobilificio Tombaccini, fondato dal bisnonno falegname di cui porta il nome di battesimo, è un ex calciatore del Cesena, di cui è un tifoso appassionato, e e ha indossato anche la maglia della Nazionale italiana Under 16.

Console Tombaccini, come si sta preparando a questa nuova esperienza in America Latina?

Sono appena arrivato: è ancora tutto da scoprire. Ma sicuramente l’arrivo in Brasile è la chiusura di un cerchio. Quando da bambino ho cominciato a leggere stavano uscendo i primi numeri del fumetto mensile “Mister No” ambientato in Amazzonia. Era la storia di un gringo americano che dopo la guerra si era trasferito a Manaus. Campava pilotando un Piper con cui portava in giro i turisti. E gli capitava di tutto. Ogni mese, quindi, mi ritrovavo a conoscere nuove storie sul Brasile. E oggi eccomi qua. Nel container con i miei effetti personali ho messo anche la collezione di “Mister No”. Voglio rileggerla tutta immerso nella realtà che descrivono.

Quindi la scelta di dedicarsi alla carriera diplomatica nasce da un fumetto?

No (ride, ndr). L’idea è frutto della mia grande curiosità per il mondo. Nata in maniera casuale a differenza di molti colleghi. Sostanzialmente fino a 18 anni avevo solo ed esclusivamente giocato a calcio. Dopo la maturità scientifica mi sono iscritto a Economia e Commercio a Bologna che nel 1994 mi ha permesso di fare un Erasmus in Irlanda aprendomi le porte dell’Europa.

Quando è scatta la scintilla?

Mi trovavo in Francia e lavoravo per Euronews. Lì ho conosciuto una ragazza emiliana, arrivata in redazione per fare uno stage. Mi ha raccontato che il suo fidanzato aveva appena passato l’esame per accedere alla carriera diplomatica e mi si è accesa la lampadina. Nel 2000 sono tornato da Francoforte a Bologna per prepararmi per il concorso. L’ho vinto l’anno dopo da vero outsider e mi sono ritrovato alla Farnesina.

Cosa significano 25 anni a rappresentare l’Italia nel mondo?

Sono stati 25 anni molto avventurosi. Ho visto l’Africa nera dell’Uganda, dove ho conosciuto mia moglie Florinda, e l’Africa araba del Cairo. Due mondi completamente diversi. L’America del Sud, dove sono stato console di prima classe a Mendoza in Argentina e diventato papà del nostro primogenito Amedeo. Al di là dell’aspetto professionale, ciò che più mi ha arricchito è stato il carico di vita vissuta, culture, lingue e persone incontrate.

Adesso arriva in una delle regioni più sviluppate del Sud America.

Lo Stato del Minas Gerais si estende per 586 mila chilometri quadrati; ha oltre 20 milioni di abitanti ed è il secondo polo industriale del Brasile dopo San Paolo. È strettamente legato all’Italia grazie alla Fiat, che arrivò qui 50 anni fa monopolizzando il mercato dell’auto. Ci vivono 60 mila connazionali grazie a una presenza storica a livello industriale e imprenditoriale che diventerà ancora più importante nei prossimi anni alla luce degli accordi commerciali conclusi tra Unione Europea e Mercosur. In un Paese, il Brasile, che è il più forte economicamente nell’America Latina. È la prima potenza nel settore delle commodities ed è una delle poche nazioni al mondo specializzata nella costruzione di aerei civili.

A Belo Horizonte troverà anche tracce di Romagna...

C’è un’importante tradizione cesenate a Belo Horizonte. Da un mio predecessore, il console Alberto Pieri, al dirigente scolastico Gianfranco Zavalloni. A cui si deve il metodo pedagogico “della lumaca”. Per 5 anni è stato preside della più antica scuola italiana all’estero, fondata dalla Fiat. Un istituto italo-brasiliano con 1.500 alunni che, ancora oggi, intercetta la parte migliore della società. Poi c’è la tradizione estrattiva che ha portato molti minatori della zolfatara di Formignano a emigrare in queste terre per continuare l’attività. Tradotto, Minas Gerais, sta per “miniere generali”. Perché queste terre sono ricchissime di minerali.

Ex calciatore del Cesena e delle giovanili della Nazionale, oggi come appassionato arriva nel Paese custode delle leggende del calcio.

Le prime serate qui in Brasile le ho trascorse guardando le partite del campionato brasiliano. Al netto delle sventure della Nazionale, si notano qualità tecniche e fisiche altissime nei calciatori. Le basi: la capacità di stoppare, il palleggio, il tiro e il dribbling. Tutto quello che in Italia abbiamo smesso di insegnare ai giovani. Inoltre, a Belo Horizonte c’è una squadra italiana: il Cruzeiro, dove cominciò Ronaldo il Fenomeno. Un club nato all’inizio del Novecento col nome di “Palestra italiana”. Era la squadra degli emigrati italiani. Venne fondata dall’allora console d’Italia e potevano giocare solo italiani. La maglia? Il tricolore. Durante la Seconda Guerra Mondiale il Brasile si alleò con gli americani e si vietò di parlare italiano. La squadra divenne Cruzeiro; venne proibito il tricolore, ma come tinta della casacca scelsero l’azzurro Italia. Il primo acquisto che ho fatto sbarcato a Belo Horizonte è stata la maglia del Cruzeiro, che adesso seguirò andando allo stadio.

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