È in mano alla struttura tecnica del Comune la palla per capire chi sia il legittimo proprietario di quel che resta dello “Zanardi equestre”, capolavoro oggi in mano a privati che Andrea Pazienza dipinse nel 1984 su uno dei pannelli con cui fu circondata la fontana Masini in occasione di lavori di restauro. Non solo perché è una questione giuridica che va oltre considerazioni e scelte politiche, ma perché in caso di inerzia o, al contrario, in caso di “lite temeraria” (qualora non ci fossero i presupposti minimi per intentare un’azione legale e invece si procedesse), i guai per danno erariale si scaricherebbero innanzitutto proprio su chi fa parte della struttura tecnica comunale. Perciò l’orientamento dell’assessorato alla Cultura guidato dall’assessore Camillo Acerbi è di non fare alcuna forzatura, né nell’uno, né nell’altro senso. A questo punto, toccherà al personale amministrativo che lavora negli uffici di Palazzo Albornoz, a partire dal livello dirigenziale, cercare materiali e pareri e poi decidere liberamente in coscienza se e come agire.
Questa la posizione che si sta delineando in modo sempre più chiaro, anche alla luce della risposta data dall’assessora regionale Gessica Allegni all’interrogazione in proposito fatta da Elena Ugolini. La domanda di partenza è: lo “Zanardi equestre” è un patrimonio disponibile comunale, e quindi oggetto di possibili usucapioni, oppure è un bene patrimoniale indisponibile, in quanto destinato a essere visibile a tutti per il suo evidente interesse artistico? L’assessora Allegni ha suggerito di procedere a un approfondimento tecnico-giuridico interno, e in questa direzione si sta muovendo la Giunta cesenate, e poi di valutare l’avvio di un’azione petitoria presso il tribunale civile.
Dal canto suo, l’assessore comunale Acerbi usa la massima cautela: «La risposta della Regione ci conferma la necessità di approfondire, come già stiamo facendo, una vicenda complessa, resa ancora più complicata dal molto tempo passato. Il tutto senza fare cadere la possibilità di far rientrare nel possesso pubblico un bene artistico di grande importanza, ma senza neppure lanciarci in una causa temeraria». Poi puntualizza però un dettaglio non da poco: «Va sconfessata la vulgata secondo la quale l’amministrazione comunale di allora avesse deciso di buttare il pannello: è appurato infatti che lo smontaggio sconsiderato non fu fatto da personale comunale o inviato dal Comune, ma da esterni, senza avvisare gli uffici, che al contrario avevano in animo di conservare l’opera».
Al tempo stesso, Acerbi non ha mai fatto mistero di essere «assolutamente certo della buona fede» di chi prese quel pannello e che ha sempre rivendicato di averlo salvato dalla distruzione e fatto poi restaurare a proprie spese. Si sente perciò di «escludere non solo ogni ipotesi di reato, ma anche ogni illazione» nei confronti di chi ancora oggi ha in mano quell’opera, che tra l’altro è stata esposta in numerose occasioni in mostre pubbliche.
Sandra Canduzzi Pieri, la cittadina cesenate amante del bello che a inizio estate del 1984 recuperò l’opera d’arte di Pazienza (e madre di chi oggi la detiene), mentre ne venivano caricati i pezzi su un furgone dopo lo smontaggio del cantiere, ha messo nero su bianco in due racconti la sua versione dei fatti. Uno si intitola “La coincidenza” e fu pubblicato da “Il Vicolo” nella silloge “Camminando a cuore scalzo”, del 1996, quindi in un momento in cui ancora polemiche e dubbi erano lontani dal divampare. L’altro, “Il cavallo”, è più recente: è inserito nella raccolta “D’improvviso Cesena”, data alle stampe nel 2017. Il nocciolo di quanto ha scritto è che stava per esser perso per sempre un capolavoro e una coincidenza (il recupero della bicicletta che aveva lasciato in piazza del Popolo il giorno prima) volle che lei passasse da lì mentre il capolavoro stava per essere buttato via e recuperasse brandelli del pannello, che fece successivamente sistemare e riassemblare, pur lasciando qualche vuoto che si era creato irrimediabilmente durante la rimozione.