Cesena, Vittorio Belli presenta la sua nuova opera: “Inseguivamo valori di altri tempi, contro il consumismo degli anni ’70”

Cesena

Una ricchezza che parte da esperienze semplici e non dai valori del consumismo. È il principale messaggio che emerge nel volume “Comune”, il racconto autobiografico realizzato dall’illustratore Vittorio Belli. L’autore cesenate ha presentato la sua ultima pubblicazione ieri pomeriggio alla Biblioteca Malatestiana, in un incontro mediato dall’assessore alla cultura Camillo Acerbi e dal sindaco di Montiano Fabio Molari.

Vittorio Belli, come nasce il volume “Comune”?

«Volevo ripercorrere un periodo storico di cui si è parlato poco tramite la mia autobiografia. Gli anni ’70 sono stati ricchi di idealismi, energia, esperimenti e sentivo la necessità di dare dignità a quel tempo. Principalmente sono un illustratore e quindi per ridurre il peso del racconto ho pensato di realizzare anche diverse immagini per dar forma alle parole».

Che anni erano quelli descritti nel testo?

«Erano gli anni del boom economico. I genitori della mia generazione erano tornati da qualche anno dalla guerra. Avevano vissuto la povertà, la fame, la paura. Sognavano un futuro di benessere per i loro figli. Questo li ha portati in una spirale di cui non ne volevamo sapere: io, alcuni miei amici e numerosi ragazzi in tutt’Italia contrastavamo gli ideali del consumismo e del capitalismo. Rifiutammo questo eccessivo benessere inseguendo valori considerati di altri tempi. “Comune” ruota attorno a queste fratture tra due generazioni».

Ci farebbe qualche esempio di frattura che riporta nel volume?

«Mio padre voleva che diventassi ragioniere, che proseguissi il suo lavoro per costruirmi una vita stabile. Io però rifiutavo i valori del boom economico, preferendo passare le mie giornate in campagna. Quella povertà agli occhi di numerosi genitori per noi assumeva un altro senso: erano valori che ci corrispondevano maggiormente e più vicino alle nostre esigenze. Un altro esempio è quando mi hanno selezionato come illustratore per una casa editrice di Milano. Volevano che andassi a vivere là, ma preferii rimanere a lavorare dalle nostre campagne».

Qual è stato l’impulso che vi ha portato a queste esperienze?

«La parrocchia delle Vigne era viva, ci mettevamo in gioco anche con attività sociali. Avevamo tutti tra i 15 e i 16 anni. Al centro sociale del paese c’era una biblioteca, punto d’incontro per dibattiti e riflessioni. Qui hanno preso forma i nostri ideali. Ricordo nel testo la prima casa in collina ad Ardiano, c’era stata affidata con la clausola di valorizzarla».

Come si costituivano le vostre giornate?

«Eravamo un gruppo di amici, variato nel tempo, che passavano le giornate a lavorare la terra, a prenderci cura del casolare. L’orto era l’attività principale, ma negli anni a seguire ci siamo impegnati anche nella produzione di latte e formaggi da vendere. Inoltre facevamo qualche lavoretto per sostenerci economicamente. Quella vita per noi così piena, da altri vista come povera, non ci richiedeva grandi risorse. Qualche giorno a settimana rientravamo dalle nostre famiglie, ma erano più i momenti vissuti in comune. Nell’arco di quindici anni abbiamo toccato le zone di Ardiano, Dovadola, Predappio e Ponte Abbadesse».

Si incontra ancora con quelle persone?

«Certo, la fratellanza rimane indelebile. Nonostante ci siamo dovuti dividere per progetti e bisogni differenti, la stima è rimasta massima. Alcuni di loro hanno continuato a rafforzare il senso comune, vivendo con le proprie famiglie in appartamenti dello stesso complesso».

Nella società di oggi qualcuno vivrebbe le vostre stesse esperienze?

«Sì, con i tempi che corrono forse anche in maniera più rafforzata. Sono a conoscenza di diversi gruppi in Romagna e in Italia di adolescenti come noi a quei tempi. Il casolare raffigurato sulla copertina si trova a Pian Baruccioli, curato tutt’ora da ragazzi che si impegnano in comune».

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