Cesena, vietato parlare del referendum a scuola: 50 prof si ribellano al diktat

Non va giù a tanti insegnanti cesenati, soprattutto nelle scuole superiori, una comunicazione inviata dalla Prefettura che di fatto mette il silenziatore, in quei contesti, sul tema del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. La reazione fortemente critica a questa impossibilità di toccare l’argomento nei luoghi dove si dovrebbero formare a tutto campo menti e coscienze delle nuove generazioni ha preso corpo in modo più strutturato al liceo “Monti”, dove un gruppo di prof si è attivato per fare sentire la propria voce. Ha iniziato a raccogliere firme per dire che è una posizione sbagliata e inaccettabile, rivendicando libertà di pensiero e di insegnamento. E in quattro e quattr’otto sono state circa 50 le adesioni a questo moto di ribellione educativa.

Quello che nelle ultime ore sta agitando tanti docenti è un richiamo che è stato fatto, su input del Governo, non solo al mondo della scuola ma a tutte le pubbliche amministrazioni. Un avvertimento, in vista del voto del 22 e 23 marzo, sul fatto che nella Legge 28 del 2000 si sancisce che “è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione, a eccezione di quelle effettuate in forma impersonale e indispensabili per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni”.

I professori che hanno deciso di mobilitarsi concordano sul principio che non si debbano utilizzare istituzioni pubbliche per orientare il voto dei cittadini. Ma si sentono offesi da quella che avvertono come una insinuazione velenosa, e cioè che docenti selezionati tramite un concorso pubblico organizzato dallo Stato intendano «fare propaganda politica a favore di un sì o di un temuto no», come hanno scritto nella lettera aperta alle sottoscrizioni di chi considera inopportuna e invasiva la comunicazione diramata dalla Prefettura. Ma soprattutto fanno notare che «un docente è istituzionalmente tenuto a occuparsi di educazione civica. Disattenderebbe al suo stesso mandato se si rifiutasse di rispondere a domande in relazione al referendum, ai motivi dello stesso e all’esposizione delle regioni delle due posizioni contrapposte. Ergo riteniamo che la comunicazione del prefetto sia nella migliore delle ipotesi inutile e nella peggiore strumentale ad altri fini». Viene infine ricordato al rappresentante del Governo che «gli articoli 21 e 33 della Costituzione, libertà di manifestazione del pensiero e libertà d’insegnamento, trascendono qualsivoglia volontà governativa o prefettizia».

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