Clara Ferri classe 1999, cesenate doc. Dopo il percorso alle scuole superiori, concluso con il diploma al liceo linguistico “Ilaria Alpi” di Cesena, Ferri decide di studiare cinema. «Volevo una scuola che mi avviasse verso il mondo del lavoro con una formazione “sul campo”», spiega. Così per inseguire il suo sogno, fa le valigie: direzione Belfast, in Irlanda del Nord. «Da subito ho capito di aver fatto un errore, l’università era di carattere nozionistico. Io volevo, invece, puntare sulla pratica e sviluppare quelle capacità che impari sul campo». Quindi, dopo aver svolto, grazie a uno scambio, l’ultimo anno della triennale in Canada (Film studies and production), parte di nuovo, trasferendosi, questa volta, a New York. Nella “Big Apple”, la città dei sogni che si realizzano, insegue il suo. Intraprende un master in cinema alla New York University Tisch School of Arts, nel corso di “Graduate Film” (dove vengono ammessi 36 studenti per anno accademico). «Sono al secondo anno e mi è stato richiesto di creare un vero e proprio film. Il primo semestre l’ho passato a scrivere la storia. Poi è arrivato il momento di lavorare sul campo: l’intera classe ha preso parte alla realizzazione di tutti i film. C’è chi ha aiutato a gestire il set, chi ha fatto l’attore, chi ha aiutato con la scrittura. Il mio lavoro si chiama “Thieving Days”, è stato girato tra l’8 e il 13 gennaio. Farò visionare il corto a quattro professori di regia, il 4 marzo. Invece a maggio si svolgerà la presentazione di tutti i film del mio corso, con attori, registi e famiglie. I più meritevoli potranno accedere ai vari festival in giro per il mondo...»
Cesena, un western senza armi in romagnolo e francese. “Thieving Days” di Clara Ferri racconta «l’incontro tra mondi diversi»
Così nasce, dunque, Thieving Days. Qual è la trama?
Io amo i western: volevo fare un qualcosa di alternativo, senza battaglie o armi. Il protagonista, chiamato Hugo, è un cowboy francese inetto, uno che non è bravo a fare nulla. L’attore che lo interpreta è franco-americano. Non sa sparare né tenere la pistola in mano. Un giorno decide di intraprendere un viaggio insieme al suo cavallo, il suo unico amico. Il cowboy si ritrova, così, nelle colline romagnole affamato, senza acqua e senza forze. Assistiamo ripetutamente ai fallimenti di Hugo: cattura un pollo ma non ha il coraggio di ucciderlo e mangiarlo. La storia cambia drasticamente quando, da lontano scorge una famiglia, affaccendata nella vita di tutti i giorni. Hugo decide quindi di chiedere aiuto: ha fame e vuole mangiare il pollo. La cosa divertente è che non c’è comunicazione. Il cowboy parla francese, la famiglia il dialetto romagnolo: dopo numerose incomprensioni e fallimenti, il protagonista viene cacciato. E nel finale (ride, ndr)...i due narratori che hanno cantato le sue gesta, fino a quel momento, si mangiano il pollo.
Che ruolo occupano la Romagna e il dialetto all’interno del film?
Non ho mai imparato il dialetto romagnolo: i miei genitori non lo parlano e i miei nonni non lo hanno mai usato più di tanto davanti a me. L’idea è basata su un’esperienza personale, quando lavoravo in un ristorante a Cesenatico. Insieme alle mie colleghe ci divertivamo ad ascoltare i clienti francesi parlare: c’erano tante somiglianze con il dialetto romagnolo e questo mi ha sempre fatto sorridere. Mi ha sempre affascinato, l’influenza che i franchi hanno apportato in numerose zone della Romagna, visto che amo le lingue. Sarà difficile nel futuro preservare il dialetto... un vero peccato: mi piaceva l’idea di mantenere viva questa tradizione.
Gli attori sono stati dei veri romagnoli che hanno fatto parte della sua vita... Questo come si può riflettere con il tema delle connessioni mancate?
All’interno del film recitano: una ragazza che ha lavorato al ristorante con me, suo figlio, il mio vicino di casa e una coppia di anziani contadini. Insomma, amici o persone che conosco. Durante le riprese erano circondati da ventenni americani: la mia compagna di classe, degli Usa, si occupava dei costumi e della scenografia, dava indicazioni ma molto spesso non veniva capita o addirittura le rispondevano in dialetto. Quella connessione mancata presente all’interno del film, si è riflettuta anche nella vita reale. Al contrario del corto, la barriera linguistica alla fine è caduta, è sbocciata intesa ed è nato un meraviglioso scambio di culture. Ho scritto il copione a luglio dello scorso anno e devo dire che da subito mi ha fatto appassionare: volevo attori puri, veri, con un’identità precisa. Ho sempre ricercato il naturalismo, soprattutto nel linguaggio e nel modo di porsi.
Secondo lei come reagiranno il pubblico romagnolo e il pubblico americano?
Il film è un puzzle, un collage di lingue e culture diverse: una sorta di sospensione della realtà. Sinceramente non saprei come i romagnoli potrebbero riconoscersi all’interno del film. Sicuramente il mio obiettivo non era una ricostruzione storica, volevo generare un vero e proprio incontro tra due mondi diversi, attraverso situazioni bizzarre. Per quanto riguarda il pubblico americano...non c’è nulla in inglese. Si parla solo francese, italiano e dialetto romagnolo. Spero che gli spettatori si focalizzeranno sull’opera in sé: un film piacevole da vedere che trasmette emozioni.
Quanto c’è della sua infanzia romagnola, all’interno del film?
Tutto il film è un omaggio alla Romagna e alla mia infanzia. È stato meraviglioso girarlo a casa mia, tra le mie radici, nella mia Romagna.