Davanti al caso dello striscione al “Monti”, che sta facendo discutere in tutta Italia, invita a non girare la testa dall’altra parte ma anche a battere la via del dialogo Ines Briganti, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza. E propone di fare di quanto è accaduto un’occasione formativa per sviluppare riflessioni non superficiali in un modo alternativo e più incisivo rispetto alla tesina riparatoria di educazione civica che è stata predisposta. Tesina che le norme emanate dallo stesso Ministero dall’Istruzione retto dal ministro Valditara prevedono di assegnare a chi riceve il 6 in condotta. Quell’elaborato scritto viene però contestato da uno dei due studenti che dovranno consegnarlo il giorno prima della prova scritta di italiano della maturità e poi discuterlo all’orale. Nel mirino è finita l’attinenza tra il contenuto dei materiali su cui i ragazzi sono stati chiamati ad argomentare, incentrati su razzismo, fascismo e identità, e quello che, secondo quanto sostiene uno dei ragazzi puniti, sarebbe il motivo del 6 in condotta: la violazione del mero divieto di esporre messaggi a scuola. In pratica, la tesi difensiva è che la sanzione non sarebbe scattata per il carattere razzista e discriminatorio del messaggio e che quindi il “taglio” anti-razzista e anti-fascista dato alla tesina sarebbe immotivato. Proprio su questo aspetto l’Ufficio scolastico regionale ha chiesto chiarimenti alla dirigenza scolastica del liceo cesenate. Anche se non è solo la scritta “Italia agli italiani” ad avere creato scompiglio in quel cortile ma anche simboli come svastiche e croci celtiche che qualche studente si è disegnato sui vestiti a fine festa.
Sulla vicenda Briganti interviene prima di tutto come ex insegnante con un’esperienza pluridecennale. Ammette che «la mia prima reazione qualche tempo fa sarebbe stata “non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Ma oggi non può essere sufficiente». E allora invita a «parlare di più con questi giovani, confrontarsi con loro senza retorica, né ideologismi né prediche. Ci si deve confrontare sulla disponibilità all’ascolto e sulla necessità della conoscenza. Possono essere solo questi gli strumenti o, se si vuole, può essere questo il percorso giusto per trasmettere il significato e il senso di cosa vuol dire educare, cosa vuol dire il rispetto dell’altro o dell’altra, cosa vuol dire la curiosità e l’interesse nei confronti di culture diverse, spiritualità diverse, storie diverse».
Briganti apprezza la reazione degli studenti e dei docenti del “Monti” con cui - ricorda - «l’Istituto storico e l’Associazione per le donne collaborano da sempre» e che considera «una comunità, inclusi i genitori, aperta, dialogante, disponibile ad accogliere proposte educative e culturali trasversali anche alle discipline scolastiche». Chiede di mettere da parte «parolone aride che seminano cattiverie, come dice giustamente l’assessora Elena Baredi» e sostiene che «quella comunità scolastica ha già detto e fatto quanto si doveva dire e si doveva fare». Ma dà un suggerimento: «Non mi convince molto la “tesina riparatrice”, che magari si fa con l’intelligenza artificiale. Io opterei piuttosto per una bella chiacchierata ampia, anche dura, sulla storia del Novecento, tra luci e ombre, senza pregiudizi né timori reverenziali da ambo le parti. I ragazzi hanno tutto il tempo per studiare fino all’inizio dell’esame di maturità. Non dovrebbe forse essere sempre questa la funzione della scuola pubblica?».