Cesena, rifugiati: 60 posti per rinascere e due storie di chi ce la sta facendo

Cesena
  • 26 giugno 2026

Dietro una sigla, Sai, che sta per Sistema di accoglienza e integrazione, c’è una speranza di una vita nuova per tante persone che arrivano da situazioni difficili, e spesso da veri inferni. Sono quelle che chiedono protezione internazionale, per la cui accoglienza e integrazione l’Unione dei Comuni Valle del Savio gestisce un articolato percorso, affidato operativamente all’Asp. La capacità ricettiva sul territorio è fino a 60 posti. La logica è quella di superare il mero assistenzialismo costituito da vitto e alloggio, per aiutare a conquistare l’autonomia economica e l’inclusione sociale dei beneficiari del servizio. Oltre all’alloggio in strutture dedicate, alla fornitura di abiti e di beni per l’igiene, a contributi giornalieri sotto forma di pocket money e al vitto, vengono organizzati corsi di alfabetizzazione e lingua italiana e vengono assicurate tutela legale e amministrativa, mediazione linguistica, sociale e interculturale e supporto psicologico. L’accompagnamento ai servizi formativi professionali del territorio, la stesura del curriculum e l’attivazione di tirocini formativi per l’inserimento lavorativo sono altri pilastri del sistema. Poi, prima della conclusione del progetto, si cercano soluzioni abitative autonome, per le quali si è costantemente alla ricerca di appartamenti privati da affittare a canone garantito. Ma questo resta lo scoglio più grande da superare, tanto che molti chiedono mutui per acquistare una casa, unica via per superare troppe diffidenze dei proprietari o richieste esose, tipo 500 euro per una stanza. Anche usciti dal percorso Sai, che a Cesena è attivo dal 2002, l’Unione offre supporto. Al momento, sono disponibili 29 posti per uomini adulti singoli e 31 per componenti di nuclei familiari e ne fruiscono migranti provenienti da Africa centro-occidentale, subcontinente indiano, Afghanistan, Ucraina, Siria, Nord Africa, Perù e Colombia.

Per riflettere su questa umanità, stasera alle 20.30, in occasione della Giornata del rifugiato, al teatro Comandini in Corte del volontariato 22, andrà in scena lo spettacolo “Il paese dove non si muore mai”, a cura della compagnia Teatro delle Albe, ispirato alla fiaba di Italo Calvino.

Due testimonianze

Due Paesi. Due storie completamente diverse. Le motivazioni però sono simili: la paura per il presente e la necessità di costruirsi un nuovo futuro. Questo condividevano Turan e Salifou, al momento della loro partenza, quando a 5mila km di distanza l’uno dall’altro hanno preso la stessa decisione: affrontare l’ignoto e partire, non sapendo che il destino li avrebbe portati qui, a Cesena.

«I talebani stanno arrivando, non siamo in grado di difenderci, mollate tutto e scappate». Per Turan Rawzatullah, ex comandante dell’esercito afghano e padre di famiglia, l’esodo non è stata una decisione ben ponderata, ma è un’ordine del suo presidente. In parte se lo aspettava, e la moglie e i figli si erano già trasferiti a casa dei suoi genitori, nella parte nord-est del paese. Dalla base militare si dirige verso Kabul, 15 km a piedi, perché guidare l’auto è impossibile: «Le strade erano impraticabili, la gente era presa dal panico e scappava da tutte le parti. Molti si ammassavano intorno alle recinzioni dell’aeroporto, sperando di fuggire». A lasciare il paese ci sono anche alcuni militari italiani, che decidono di portare con sé il cognato. Aveva seguito un corso di addestramento in Italia e forse può farlo salire su quell’aereo. Turan inizialmente è incerto sul da farsi, ma la notte dopo è costretto a prendere una decisione: esce di casa alle 4 del mattino, lascia la sua famiglia, la sua casa, la sua macchina e sale sull’aereo dell’esercito italiano, diretto a Roma. Atterrano alle 22, poi l’esercito li porta a Brescia con le auto dei carabinieri. É il 2021, a causa dell’epidemia lo attende una quarantena in uno degli alberghi dell’esercito. La sua famiglia è ancora in Afghanistan, e Turan, a ragione, è preoccupato. Era uno degli addetti alla logistica dell’esercito nazionale. I fondamentalisti, impadronitisi nuovamente del paese, lo stanno cercando. Quando i talebani rintracciano la sua famiglia gli chiedono subito sue informazioni. Turan riesce a farli fuggire in Iran. I tre, la moglie e i due figli, vi rimangono per un anno, durante il quale il padre riesce a ottenere lo status di rifugiato e il ricongiungimento familiare. A quel punto la famiglia si riunisce. Intanto Turan, grazie al Sai, ha imparato la lingua, trovato lavoro in un’azienda agricola e affittato un bilocale, dove la famiglia vive tutt’ora. L’ultimo figlio, il terzo, è nato un anno fa e si chiama Giuseppe.

Anche Salifou, che ormai ha 23 anni, è partito da solo, ma seguendo tutta un’altra rotta. Lascia il suo villaggio nella campagna del Burkina Faso per sfuggire all’arruolamento. Il sogno di una vita migliore lo porta a nord, attraverso il Sahara, fino in Libia. Il viaggio è estenuante: si tratta di percorrere 30, 40, 100 km a piedi tra un villaggio e l’altro. Sul viaggio dichiara: «Non è stato sicuramente facile, ma nemmeno troppo difficile», con una resilienza calma che forse solo il deserto può forgiare. Non tutti ce la fanno, alcuni tornano indietro. Arrivati in Tunisia lui e i suoi compagni di viaggio lavorano per un anno per pagarsi la traversata. Sbarcano a Lampedusa, raggiungono la Sicilia e poi vengono inseriti nel programma. Un autobus porta Salifou fino a Cesenatico. Quando arriva non conosce la lingua, non ha casa e non ha esperienze lavorative da far valere sul curriculum. A tutto provvede il Cas, grazie al quale riesce anche a trovare lavoro nella ristorazione. Sarà poi il Sai ad accompagnarlo fino a Cesena, dove studia e lavora tutt’ora. Sogna, per il suo futuro, un locale tutto suo, dove sperimentare tra cucina italiana e africana.

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