Cesena, referendum giustizia, Ranucci durissimo: “Non mi fido di Nordio”

«Dietro questa riforma della magistratura c’è un progetto di più ampio respiro, che travalica anche i confini italiani. Guarda agli Stati Uniti di Trump, dove la politica vuole levare di mezzo gli ostacoli ad avere un esecutivo più forte, con forme di controllo maggiori sui più deboli e vuole esportare la democrazia della sorveglianza, delle telecamere, della gestione dei dati personali e delle informazioni». Così Sigfrido Ranucci ha sintetizzato cosa c’è, a suo parere, nella scelta del governo Meloni di portare avanti la riforma della separazione delle carriere dei magistrati e del Csm. Il giornalista di “Report” è venuto a Cesena, invitato dal Comitato per il No di Bologna, a presentare il suo libro “Il ritorno della casta. Assalto alla giustizia”. Lo ha fatto in un cinema “Eliseo” strapieno.

Ranucci, senza mezzi termini, ha raccontato il disegno politico globale che sarebbe dietro alla riforma del governo Meloni. Un disegno che vede un passaggio chiave in questo referendum volto a cambiare 7 articoli della Costituzione. «Un passaggio cardine all’interno di un piano gigantesco volto a cambiare l’ordine mondiale, al quale collaborano piattaforme social come “Esperia”, il cui presidente è un ex piduista e che è utilizzata da chi gestisce la campagna social di Palazzo Chigi e dal Comitato per il sì e che veicola la politica di Trump e dello scontro sociale. Un progetto elaborato dall’americana Heritage Foundation, volta alla dissoluzione dell’Europa dei valori occidentali, quelli per cui sono morti i nostri avi. E non è un caso che questa riforma vada di pari passo con anche lo smantellamento dell’informazione giornalistica. È un tentativo di cancellare la coscienza e la verità. Io non mi fido del ministro Nordio, perché sull’Ecm, uno strumento di gestione remota sui pc di magistrati e procuratori, ha mentito: si tratta di un caso di controllabilità sugli stessi magistrati e sulla riservatezza delle indagini. Ma soprattutto non mi fido perché questa riforma, che dicono fare per il bene dei cittadini, non lo fa».

Dello stesso parere Rocco Gustavo Maruotti, segretario nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati. Anche lui ha parlato di rischio enorme per la democrazia. «La narrazione delegittimante, che da anni viene portata avanti nel nostro paese, dipinge la magistratura come un qualcosa a se stante, un potere, quando invece è un ordine che svolge un contropotere. Questa riforma la stiamo vivendo come una vendetta nei confronti di una vecchia magistratura che all’epoca vedeva persone che venivano da logiche di potere. Oggi la magistratura è cambiata. Più di un terzo degli attuali magistrati all’epoca erano studenti e se uno come me, secondo di sei figli di una casalinga e di un ferroviere di Foggia, è stato eletto come segretario dell’Anm forse qualcosa è cambiato. Questa riforma non serve, riprende un progetto piduista, quello della separazione delle carriere. Se davvero la si voleva fare, non serviva cambiare la Costituzione. Bastava fare con un una legge: istituivano due concorsi diversi per magistrati e giudici. Non serve una riforma costituzionale per 30 colleghi su 10mila magistrati che hanno deciso di cambiare funzione. Serviva, se davvero si voleva fare una riforma per il bene dei cittadini, farne una che aumentasse il numero dei magistrati. Oggi in Italia abbiamo 4 pubblici ministeri ogni 100 mila abitanti a fronte di una media europea di 12. Abbiamo una domanda di giustizia da parte dei cittadini. Al malcontento per la macchina giudiziaria questa riforma non risponde affatto».

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