Sono le 10.30 di mercoledì 28 ottobre e Antonella sta tornando a casa a bordo della sua auto. Sta per passare il ponte sul fiume Savio a San Carlo quando nota una figura incappucciata seduta sul bordo e che si sporge in avanti. Lei non lo sa ma sotto quel cappuccio si nasconde un adolescente che si era allontanato da scuola e pronto a compiere l’estremo gesto. D’istinto si ferma, scende e gli va incontro. Quella che segue è l’intervista in cui la signora Tisselli racconta il suo salvataggio.
Cesena, ragazzino vuole buttarsi giù dal ponte, una donna lo salva: “Ecco cosa gli ho detto”
Antonella, come si è avvicinata al ragazzo sul ponte?
«L’ho fatto con cautela, perché in quelle situazioni è questione di un attimo. Quando sono passata era già seduto pericolosamente sul bordo del ponte. Guardava giù sporto in avanti. Avevo inteso fosse un maschio ma non capivo di che età. Quindi sono scesa e da una distanza di sicurezza gli ho chiesto: “Ehi va tutto bene lì?”».
Aveva già capito quali fossero le sue intenzioni?
«Beh, da come si era posizionato era difficilmente fraintendibile, non mi sembrava proprio uno che si fosse fermato a godersi il panorama. La conferma però l’ho avuta solo quando, dopo avergli fatto notare che quello non era un bel luogo per sedersi, gli ho chiesto direttamente cosa intendesse fare. Solo lì lui mi ha risposto, con due parole: “Mi butto”».
A quel punto qual è stata la sua reazione?
«Sono rimasta calma, quasi fredda, a posteriori mi stupisco di me stessa. Gli ho detto che non potevo impedirglielo, ma allo stesso tempo gli ho fatto notare che, vista l’altezza relativamente contenuta del salto, probabilmente non sarebbe riuscito ad uccidersi. Al massimo sarebbe rimasto paralizzato. Così credo di averlo un po’ dissuaso».
Ci aveva rinunciato?
«Non del tutto, continuava a stare seduto sul ponte. Io intanto provavo a prendere tempo parlando con lui, chiedendogli le sue motivazioni, ma non rispondeva. Ho provato diverse volte a fermare alcune macchine di passaggio e dopo un po’ si è fermato un signore. Gli ho fatto il gesto del telefono e lui ha chiamato la polizia. Mentre aspettavo mi sono avvicinata al ragazzino e mi sono seduta sul ponte anche io, lui con i piedi verso il baratro, io verso la strada. E mentre aspettavo la polizia cercavo di dissuaderlo».
Che cosa gli diceva?
«Che il mondo è pieno di problemi, anche molto grandi, e che se ognuno dovesse reagire in questo modo rimarremmo veramente in pochi. Intanto cercavo di capire quale fosse il motivo del suo disagio, ma non ne voleva parlare. Solo dopo avrei scoperto che frequenta un istituto con il figlio di una mia conoscente e che si era allontanato dopo aver annunciato ai compagni che si sarebbe tolto la vita. Il tutto, se ho capito bene, per un litigio in ambito familiare».
Era una richiesta di aiuto o c’è stato un momento in cui ha creduto davvero che volesse farla finita?
«Il momento più critico è stato quando è arrivata la polizia. Ha visto l’auto ed ha iniziato ad agitarsi, a battere i pugni contro il muro e a dire che si voleva buttare. Io gli ho detto di scendere, che non sarebbe successo niente e che mi sarei presa la colpa io per il fatto che eravamo sul ponte, ma lui era sempre più inquieto. Quando ha visto i poliziotti uscire dalla macchina ha fatto come per buttarsi. L’agente l’ha visto e ha fatto uno scatto e lo ha immobilizzato. Il ragazzo ha iniziato a ribellarsi e ha avuto una crisi di panico. Abbiamo chiamato l’ambulanza, ma a quel punto era in salvo».
Cosa ha provato in quel momento?
«Niente, ero come anestetizzata, presa com’ero a cercare di salvarlo. La botta mi è arrivata nei giorni successivi, ogni volta che percorro il ponte mi sento male».
C’è un messaggio che vuole lanciare alla collettività?
«Se vedete una cosa del genere, chiamate. È doveroso e non costa nulla. Dubito di essere stata la prima a passare visto il traffico che c’era».