Al posto dell’attuale Ponte Nuovo, potrebbe esserne realizzato «uno mobile, che possa essere “aperto” in caso di piena». A lanciare questa idea, contribuendo al dibattito sulle opere da programmare in questa era post alluvione, ma anche su azioni per passare «dall’ottica del caso per caso, quindi emergenziale, a una integrata con una prospettiva più lunga», è una voce autorevole. Otello Brighi, per quasi trent’anni pilastro della programmazione urbanistica sul territorio, in veste di tecnico degli enti pubblici locali, è a riposo dall’ottobre 2024. Ma il suo sguardo resta attento ai temi di cui si è occupato per una vita, distinguendosi tra i progettisti prima del Prg del 2000 e poi del Pug del 2021 del Comune di Cesena. Adesso a stimolarlo è il fatto che «nelle settimane scorse è uscito il Piano di assetto idrogeologico dell’Autorità di bacino competente, quella del Po per intenderci». Un documento di grande importanza ma che per Brighi ha punti deboli evidenti fin dall’impostazione generale: «A parte la lontananza dal territorio di un’Autorità che ha visto concentrate su sé stessa tutte le precedenti Autorità di Bacino dei vari fiumi, il Piano pubblicato ha suscitato dibattito e polemiche su aspetti puntuali. Per esempio, per Cesena, il rifacimento del ponte nuovo sul Savio. Come direbbe il mio amico geologo Paride Antolini, è chiaro che i “fiumi non hanno spazio” e in qualche modo bisogna trovarglielo con bacini di espansione, vasche di laminazione, e così via. E certamente anche smettendola di continuare a costruire vicino ad essi, per poi alzarne gli argini all’infinito e alzare i ponti. Ma è proprio qui che bisogna uscire dall’emergenza con lo sguardo lungo della pianificazione territoriale intesa in senso ampio, da quella idrogeologica a quella urbanistica, passando per quella paesaggistica e dei lavori pubblici». E paradossalmente la Legge urbanistica di cui si è dotata la Regione –osserva Brighi – non aiuta questa svolta, visto che «vieta la pianificazione, in quanto le opere pubbliche vengono inserite nei piani al momento della loro realizzazione, e non prima». E «il silenzio dell’urbanistica regionale sui temi dell’assetto idrogeologico è assordante».
Puntando la lente su Cesena, Brighi sostiene che «ci si deve chiedere, intanto, dove non bisogna costruire e cosa fare dove si è costruito sotto il livello del fiume». E a proposito di quest’ultimo problema, lancia una proposta forte, destinata a far discutere: «Bisognerebbe avere la forza di ipotizzare un processo di sostituzione degli edifici anche lungo, ma che preveda, ad esempio, il divieto di cantine e piani terra porticati e non abitabili, consentendo di recuperare in altezza quanto si perde a piano terra». Poi, oltre alla suggestione sulla costruzione di un ponte mobile dove ora c’è il Ponte Nuovo, ma con l’inciso «ammesso che poi il tappo non si abbia al ponte della ferrovia», invita a puntare anche lo sguardo verso la zona più a monte: «Si dovrebbe prendere in considerazione, oltre alla realizzazione delle necessarie aree di espansione, anche un percorso a monte del Ponte Vecchio che prefiguri una circonvallazione sud che superi l’ormai vetusto e insufficiente percorso Ponte Vecchio-tunnel-mura sud». Per farlo - conclude Brighi - serve «uscire dall’emergenza, pensare al futuro e agli investimenti necessari». Perché «Cesena ormai condivide il titolo di capoluogo di provincia, forse è giunto il tempo che cominci anche a pensare da capoluogo».