Si accanirono in branco, in pieno centro storico, dopo averlo attraversato con cori e saluti fascisti, contro due malcapitati che non gli andavano a genio perché erano stranieri. Uno dei due, un marocchino, riuscì a dileguarsi prima che la situazione volgesse al peggio, ma l’altro, un 30enne di origine albanese, anche se con cittadinanza italiana, fu massacrato di botte. Gli fratturarono lo zigomo, a pochi metri dal duomo, in quella notte piena di ferocia nello scorso mese di ottobre. Adesso, però, il cerchio delle indagini si è chiuso su 7 di loro, i più violenti all’interno di un gruppo di una quarantina di scalmanati, e rischiano grosso. Infatti non sono solo accusati di lesioni gravissime, reato punito con una pena base di 6 anni di carcere. Gli viene contestata anche l’aggravante dell’odio razziale, che aumenta della metà la pena. Quindi, in caso di rinvio a giudizio, se fossero riconosciuti colpevoli (per ora siamo alla fase degli avvisi di garanzia notificati) e se le imputazioni restassero queste, incombe su di loro una potenziale condanna a 9 anni di reclusione. A meno che non ottengano sconti, magari facendo ricorso a riti processuali alternativi.
Secondo gli inquirenti, il pestaggio non fu il frutto di un litigio o di una rissa, come aveva sostenuto qualcuno al momento dei fatti, per ridimensionarne la portata, che però era sembrata sconvolgente a tanti testimoni di quella scena furiosa. L’ipotesi accusatoria, che dovrà poi essere valutata dai magistrati, è che fu un’azione squadrista sfociata in violenza xenofoba.
Tutto aveva avuto inizio da una cena in un locale poco fuori dal centro storico in cui si erano ritrovati circa 40 sedicenti ultras del Cesena, inclusi alcuni appartenenti a frange del tifo più aggressivo del Brescia, squadra gemellata. In realtà, da quelle persone molto giovani avevano già preso le distanze già allora i gruppi organizzati storici degli ultras bianconeri. Finito di cenare, la banda si mosse compatta verso il centro, intonando cori nel tratto tra piazza del Popolo e il Bonci, mostrando segni piuttosto evidenti di alterazione alcolica o da altre sostanze, accendendo fumogeni, cantando l’inno nazionale e mettendosi anche in posa per scattare foto nell’atto di fare il saluto romano, da inserire poi sui social. Finché presero di mira due giovani che incrociarono sul loro cammino, infierendo su di uno. Non solo, secondo quanto sarebbe emerso dalle indagini, per un culto della violenza di branco ma per un odio razziale contro chi avevano individuato come non italiano e solo per questo sgradito e da maltrattare. Ora gli accertamenti, anche grazie a immagini che hanno documentato il tutto, sono andati in porto e sono 7 gli autori delle violenze per i quali si profila all’orizzonte un processo con gravi accuse.