Le vittime dell’alluvione che ha colpito la provincia di Forlì-Cesena il 16 maggio 2023 non avrebbero alcun responsabile. È la tesi avvallata dalla Procura della Repubblica che, dopo tre anni di indagini, lo scorso 17 agosto, ha avanzato richiesta di archiviazione del processo relativo al decesso di sei persone. Fra queste c’erano Sauro Manuzzi e la moglie Palma Maraldi, genitori della superstite Lucia Manuzzi. Titolari di un’azienda produttrice di erbe officinali e fiori eduli, i coniugi sono stati travolti dall’acqua del fiume Savio esondato nei pressi della loro serra in via Masiera II a Ronta, dove si trovavano in quel frangente. La salma dell’uomo è stata ritrovata vicino al punto di morte; quella della donna è stata trascinata dall’acqua e rinvenuta sulla spiaggia di Zadina a Cesenatico.
Cesena. Perse i genitori durante l’alluvione, Lucia Manuzzi: “L’esondazione era evitabile”
La lunga lotta
Con il suo avvocato Riccardo Luzi, la figlia Lucia, che da tre anni sta lottando per ottenere giustizia, ha presentato all’ufficio del Gip opposizione alla richiesta di archiviazione. Corredata dall’istanza di un supplemento d’indagine o di imputazione coatta. Alla luce dei risultati degli accertamenti e delle consulenze tecniche, affidate ad ingegneri del Politecnico di Milano, la Procura ha ritenuto insussistente la notizia di reato di omicidio colposo. L’avvocato Luzi e la cliente hanno valutato non coerente l’interpretazione della Ctu addotta dalla Procura. Perché, contrariamente da quanto sostenuto dalla Procura, il testo “confermava la prevedibilità ed evitabilità” della tragedia.
I periti hanno definito gli eventi metereologici del maggio 2023 come “prevedibili”, “non eccezionali” ed “evitabili, almeno parzialmente, se si fossero messe in atto tutte le opportune misure strutturali per la laminazione delle piene, l’incremento dell’officiosità idraulica nei tratti critici dei corsi d’acqua e per la stabilità degli argini”.
Alto rischio
La difesa di Lucia, inoltre, ha aggiunto quanto indicato nel piano Intercomunale della Protezione Civile vigente. Ovvero che le campagne di Ronta dove i coniugi Manuzzi hanno perso la vita rientravano fra le zone considerate ad alto rischio idraulico ed esondazione. Per le quali, già il Pai del 2001, aveva suggerito la realizzazione di opere strutturali atte a rinforzare gli argini e contenere le piene. «Vogliamo sapere se la realizzazione di quei lavori avrebbe potuto evitare il superamento dell’argine fluviale da parte dell’acqua», ha spiegato Luzi. Il legale ha messo in dubbio anche i metodi usati per diffondere l’allarme. «La morte dei coniugi Manuzzi – si legge nell’atto – si collocava in un contesto più ristretto e particolare rispetto agli eventi alluvionali del 2023 in Emilia-Romagna. I fatti riguardavano la gestione del fiume Savio in una zona considerata ad elevato rischio esondazione». È stato contestato il carattere “generale” degli avvisi. Emessi dagli enti competenti solo tramite “annunci sui social e a mezzo stampa”. Senza, dunque, rivolgersi direttamente i residenti di Ronta dell’imminente arrivo di una massa di acqua che avrebbe messo in pericolo le persone, come, invece, «era stato fatto nel 2019 per un altro episodio di esondazione del Savio», hanno riportato Luzi e la cliente. «Nonostante – ha proseguito Luzi –, il piano classificasse quella zona come ad alto rischio idraulico non è stato impartito, localmente, l’ordine di evacuazione». Ordine che per la Procura “non sarebbe stato comunque risolutivo in costanza di alluvione, ma avrebbe esposto le vittime a un rischio maggiore e certo”. Argomentazione insostenibile per la difesa perché «la morte dei coniugi non è dovuta all’evento alluvionale del 2023, ma all’allagamento di Ronta per l’esondazione del fiume Savio. Causata dalla presenza di argini troppo bassi, di cui i tecnici erano a conoscenza dal 2019».