Cesena, «Niente punizioni ma se eri ammalato non percepivi nulla»: lo sfruttamento dei lavoratori in campagna

Che ci fossero delle condizioni di sfruttamento della manovalanza è plausibile. Ma che queste avvenissero anche con delle forme di violenza e minaccia è meno chiaro. Sarà proprio su tutti questi aspetti che si concentreranno presto gli sforzi di accusa e difesa nel processo per caporalato in corso nell’aula della presidente Monica Galassi. Dove alla sbarra ci sono 5 residenti tra Romagna e Veneto (difesi dagli avvocati Alessandro Sintucci e Massimo Dal Ben) che per l’accusa del pm Sara Posa erano un’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento dei lavoratori nelle campagne della Romagna. Le differenze tra sfruttamento e mettere in atto lo stesso con l’uso di violenza e minaccia pesa parecchio sotto il profilo della condanna potenziale finale. Nel primo caso si va da 1 a 6 anni, nel secondo il minimo della pena è 5 anni ed il massimo è 8. Ed è quanto facilmente chiederanno unendosi alle conclusioni del pm in futuro anche le parti civili: la Cgil ed alcuni lavoratori tutelati dagli avvocati Beatrice Baratelli e Francesco Lombardini. I 5 imputati erano ricollegabili alla gestione delle ditte “Power Service” ed “Euro Service”: cooperative in grado di fornire manovalanza alle campagne ed alle aziende che necessitavano di personale. I testimoni di ieri, che facevano capo ad una delle due aziende dove lavoravano, hanno indicato En Naji Bolkoute come capofila dell’organizzazione. Alcuni degli imputati sono stati indicati come semplici autisti, in alcuni casi proprio come i testimoni che hanno deposto. Tutti e quattro gli interrogati hanno lavorato per la “Power Service” per un anno e mezzo. Hanno spiegato che era stato chiarito a tutti quelli che prendevano servizio che per i primi due mesi lo stipendio non sarebbe mai arrivato. Perché a sua volta chi gestiva le cooperative doveva incassare da chi aveva ricevuto la manodopera al lavoro. Hanno ammesso come la malattia non venisse pagata, altro aspetto che ha spinto la Cgil a costituirsi parte civile nella vicenda. Ma tutti hanno negato che esistessero delle punizioni in caso di assenteismo per malattia o altro. Hanno negato insomma che esistesse un sistema per il quale se ti rifiutavi una volta di lavorare poi restavi a casa senza lavoro (e soldi) per un po’ di tempo. Nessuno ha parlato di percosse e di punizioni corporali subite. Erano le ultime testimonianze della difesa e ora il processo si avvia alla conclusione. Il 15 marzo verranno depositate le ultime prove documentali e poi ci sarà un altro rinvio per la data di discussione e sentenza.