Negli ultimi anni, l’Unione dei Comuni Valle del Savio, così come l’Unione Rubicone Mare, registra difficoltà crescenti nel trovare personale sanitario qualificato. Tra le principali ragioni c’è il calo di iscrizioni ai percorsi formativi dedicati, che ha visto il record negativo nel 2025, con sole 21 mila richieste. Ma incide anche una mutata percezione delle professioni in questione, delle aspettative e degli orientamenti dei giovani, oltre alle criticità sollevate dagli operatori in attività.
Con l’obiettivo di delineare un quadro delle dinamiche che influenzano «attrattività, accesso e permanenza nel lavoro di cura», Asp Cesena e Techne Forlì-Cesena hanno realizzato un’indagine statistica rivolta a 1.526 studenti delle scuole superiori, 85 disoccupati iscritti ai Centri per l’impiego e 138 operatori e coordinatori responsabili impiegati nei servizi di cura del Cesenate. È stata illustrata ieri mattina in Biblioteca Malatestiana nell’ambito del convegno “Lavoro di cura, quali prospettive”.
Gli studenti
Delle 1.749 persone che hanno risposto, oltre 1.500 delle quali sono studenti di terza, quarta e quinta superiore, nel 68% dei casi iscritte ai licei, ha specificato Benedetta Siboni, docente di Economia aziendale all’Università di Bologna-Campus di Forlì, incaricata dell’analisi dei dati raccolti e della redazione finale della ricerca. E questo - ha osservato - «dimostra che esiste nei ragazzi un interesse per il settore».
Il 66% degli studenti interpellati dichiara di essere intenzionato a proseguire gli studi dopo il diploma. Di questi, 385 sarebbero orientati verso l’ambito socio-sanitario, con un’inclinazione verso le Facoltà di Medicina, Psicologia, Scienze dell’educazione e Infermieristica. Un 2% si dice disponibile a frequentare corsi professionalizzanti, per esempio per diventare oss. «Andrebbero intercettati prima della fine della quinta classe – ha suggerito Siboni – e orientati a un percorso di formazione mirato». Altri 385 guardano con favore all’ambito umanistico e linguistico e 228 a quello tecnico e scientifico. Il 13% gradirebbe invece iniziare a lavorare subito dopo l’esame di maturità, in ambiti quali estetica, commercio, industria, ristorazione e turismo.
Tra le ragioni che frenerebbero la propensione degli studenti verso la carriera sanitaria, la ricerca evidenzia in primis la predisposizione del singolo, che è assente, e dunque fonte di allontanamento dal settore in 533 di loro, mentre c’è in 472 casi. In 191 si indirizzano altrove per l’elevata componente di stress delle professioni socio-sanitarie; 70 perché le ore di lavoro non sarebbero conciliabili con la vita privata e 62 perché ritiene, «erroneamente» ha affermato Siboni, che sia complicato trovare impiego. «Gli studenti rappresentano un bacino potenziale significativo – ha riassunto la docente – ma necessitano di un percorso di orientamento, di esperienze dirette e di un quadro più chiaro delle opportunità del settore».
I disoccupati
Nel novero dei disoccupati che hanno preso parte al sondaggio, si trovano persone, per lo più giovani, iscritte ai Centri per l’impiego del territorio da meno di sei mesi. Solo il 20% avrebbe esperienze nel comparto socio-sanitario, in maggioranza donne. Hanno dichiarato di sentirsi pronte a rientrare perché si sentono a proprio agio nonostante le criticità legate a retribuzione, carico psico-fisico e turni notturni. Il 41%, invece, non ha mai lavorato in ospedali o strutture di cura, ma manifesta interesse verso il settore: educatore sociale, oss e infermiere le attività più gettonate. «Anche in questo caso – ha aggiunto Siboni – formazione accessibile, orientamento specifico e rimodulazione economica e informativa potrebbero sbloccare un cospicuo numero di risorse umane».
Gli occupati
Soddisfazione e gratificazione sono i sentimenti più ricorrenti nei questionari compilati dagli operatori sanitari attivi. Si tratta di profili professionali come oss (76), educatori (20) e infermieri (17). La maggioranza lavora da oltre vent’anni; gli altri hanno tra gli uno e i cinque anni di esperienza. Dichiarano un forte attaccamento al ruolo, ma la metà ha pensato, almeno una volta, di cambiare mestiere per questioni salariali (78); per il carico fisico ed emotivo (59); per la complessità dei turni e per la difficoltà a conciliare lavoro e sfera privata (19). Tuttavia, il 74% pensa che proseguirà fino alla pensione. I giovani e gli educatori sono i più incerti.
I coordinatori
Anche gli 11 coordinatori sanitari coinvolti segnalano il bisogno di istituire percorsi formativi mirati e strumenti di supporto per i nuovi ingressi e interventi strutturali che migliorino la qualità del lavoro. Le condizioni contrattuali e retributive - si evince dalla ricerca - non sarebbero ritenuti competitivi rispetto ad altri ambiti che, dunque, avrebbero maggiore attrazione. Chiamati al reclutamento del personale, i dirigenti rimarcano una crescente difficoltà nel reperire risorse umane, soprattutto fra oss ed educatori. Segnalano inoltre un’insufficiente preparazione nei nuovi operatori, che avrebbero scarse competenze nella gestione di utenti fragili, nella comunicazione e nella gestione del loro stato d’animo.