Stato dell’arte e possibili scenari di pace. Nel mezzo l’imprescindibile ruolo di Stati Uniti e Unione Europea. È una sintesi dei temi che verranno trattati oggi dalle 17, in Biblioteca Malatestiana, nel secondo appuntamento del ciclo di incontri “Il coraggio di conoscere e di capire-Ipotesi di geopolitica sul futuro che ci aspetta”, promosso dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea Forlì-Cesena. Marco Puleri, docente di East European and Eurasian Studies presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, e il giornalista italiano di origini ucraine Andriy Brashchayko, già collaboratore di testate come “The Post Internazionale”; “Il Foglio” e “Valigia Blu”, terranno un dibattito sulla guerra in Ucraina dal titolo “Pensare la pace in Ucraina: Donbas, confini e integrazione europea”.
Professor Puleri, qual è l’obiettivo di questo incontro?
Non ragioneremo solo sulle dinamiche della guerra in corso in Ucraina, ma anche sulla possibilità di creare percorsi di pace. Soffermandoci sugli importanti cambiamenti che hanno interessato l’Ucraina in questi 4 anni di guerra.
Quali cambiamenti?
Sociali prima di tutto. Molte persone sono state costrette a lasciare le proprie terre per spostarsi in altre regioni del paese. L’Ucraina è cambiata per l’impoverimento dell’economia e della struttura politica e ne sono state principali “vittime” le grandi realtà oligarchiche del Paese, confinate ai margini per la centralizzazione del potere nelle mani della presidenza.
L’Unione Europea come si pone?
Potrebbe offrire stabilità sociali ed economiche, prevedendo una serie di investimenti strutturali nel Paese. Sempre che sia disponibile a una chiara prospettiva di integrazione, che non riguarda solo l’annessione di altri Stati membri ma anche la ridefinizione dei confini interni. Conosciamo le difficoltà incontrate nell’imporre sanzioni alla Russia, nel garantire finanziamenti a sostegno dell’economia dell’Ucraina in stato di guerra. Questo porta a chiedersi se l’Ue possa trovare una propria struttura funzionale ad affrontare le problematiche di geopolitica internazionale.
Quali saranno le condizioni per arrivare alla pace?
La pace va costruita con la cooperazione di tutti gli attori e non dipende solo dal “cessate il fuoco”. In tempo di pace dovranno essere promosse elezioni democratiche e la ricostruzione dei territori. E il contributo americano ed europeo sarà essenziale. Oggi non c’è una forza militare che si imponga sull’altra. Le conquiste territoriali sono minime da ormai tre anni da ambo i lati. È una situazione che non ha avuto una evoluzione concreta sul campo. Ecco perché le organizzazioni internazionali avranno un ruolo di primo ordine nei negoziati.
Solo lo sfinimento degli eserciti potrebbe porre fine al conflitto?
I problemi legati alla mobilitazione del personale e di cittadini da coinvolgere in guerra sono comuni a entrambe. In Russia è in atto dal 2022 una mobilitazione dell’esercito che implica la coscrizione parziale del personale abile a combattere. Ma hanno assoldato anche mercenari, militari nord-coreani o ex detenuti a cui è stata garantita la grazia per la guerra. Uno status quo difficile da mantenere. Inoltre, una guerra totale verrebbe percepita maggiormente dai cittadini. L’Ucraina ha già coinvolto tutta la popolazione. Con molti ucraini sono costretti a fuggire. E diventa una potenziale bomba a orologeria per il mantenimento dell’esercito, anche davanti a una Russia non travolgente, ma che ha un capitale umano superiore.
E le regioni come il Donbass, da sempre contese?
È una zona molto industrializzata. Un esempio lo danno le acciaierie di Mariupol. Per la Russia ha oggi un valore simbolico. Non c’è una reale interesse economico verso quei territori. Nella retorica del presidente Putin, ad appartenere alla Russia non sono solo i territori realmente occupati dalla Federazione, ma l’Ucraina stessa che sarebbe una invenzione della Russia. Di contro, sono stati a lungo importanti per l’Ucraina come fonte di approvvigionamento energetico per la presenza di molte miniere di carbone. Ma potevano essere un ostacolo alla instaurazione della democrazia per la forte presenza russa.