Un secolo fa prendeva forma l’immagine della Biblioteca Malatestiana che ancora oggi conosciamo. Fu infatti nella prima metà degli anni ’20 che il principale monumento cesenate venne interessato da un importante intervento di restauro destinato a restituire piena leggibilità all’Aula del Nuti. Il progetto fu elaborato nel 1923 dall’allora direttore Manlio Dazzi; i lavori presero avvio l’anno successivo e risultavano pressoché conclusi già nel 1925, quando Dazzi era ancora direttore della biblioteca.
Chi entra oggi nella Malatestiana percepisce immediatamente un senso di equilibrio: la teoria ordinata dei plutei lignei, la luce che filtra dalle finestre gotiche, il rosone che chiude la prospettiva dell’aula, il silenzio quasi intatto del Quattrocento. Ma quell’immagine che oggi appare naturale è, in larga parte, il risultato delle scelte maturate proprio durante gli anni ’20 del Novecento. Artefice di quell’intervento fu Manlio Dazzi, direttore della Biblioteca Malatestiana dal 1921 al marzo 1926. Giovane intellettuale e storico, Dazzi considerava la Malatestiana non soltanto come un luogo destinato a custodire libri antichi, ma come organismo storico unitario, nel quale architettura, arredi, luce e manoscritti formavano un insieme inseparabile.
Secondo quanto ricostruito dalla compianta Paola Errani nel volume “Amilcare Zavatti. Ingegnere e architetto (1869-1939)”, il progetto di restauro dell’Aula del Nuti venne elaborato da Dazzi nel 1923. I lavori iniziarono nel 1924 e procedettero rapidamente. Nella “Relazione per l’anno 1924” il direttore documentava già la scrostatura degli intonaci bianchi per riportare alla luce l’antica tinta verde, oltre agli interventi sui plutei e sugli infissi; nel 1925 i lavori interessarono invece la facciata esterna dell’edificio. Nel settembre 1926 la direzione della biblioteca passò ad Augusto Campana. Durante la sua reggenza, conclusi gli interventi nell’Aula del Nuti, presero avvio i lavori al cosiddetto “braccio malatestiano”, cioè all’intera ala dell’edificio che comprendeva, oltre alla biblioteca quattrocentesca al piano superiore, anche gli ambienti sottostanti.
Prima di questi restauri, l’Aula del Nuti aveva certamente conservato la propria struttura rinascimentale, ma nei secoli era stata progressivamente adattata alle esigenze pratiche del tempo: modifiche funzionali, interventi decorativi estranei all’impianto originario, alterazioni della luce naturale e spostamenti di alcuni plutei avevano attenuato la limpidezza dell’architettura concepita da Matteo Nuti per Malatesta Novello.
Dazzi comprese che il valore straordinario della Malatestiana risiedeva proprio nella sua eccezionale continuità storica. L’obiettivo del restauro era quindi restituire leggibilità all’assetto originario della biblioteca umanistica, concepita come una vera e propria “chiesa del sapere” rinascimentale. Gli interventi riguardarono soprattutto il recupero della leggibilità dello spazio. Furono eliminati elementi ritenuti incongrui rispetto all’ambiente quattrocentesco, venne riordinata la disposizione dei plutei lignei e fu valorizzata la luce naturale, elemento centrale del progetto architettonico originario. Le finestre laterali e il rosone erano stati infatti concepiti per illuminare i manoscritti limitando l’uso delle candele e quindi il rischio di incendi. Anche i plutei destinati alla lettura, ai quali ancora oggi sono incatenati i codici, tornarono a essere percepiti non come semplici arredi, ma come parte integrante di una sofisticata “macchina del sapere” umanistica. Queste scelte anticipavano inoltre principi che sarebbero diventati centrali nella cultura del restauro del Novecento.
Già negli anni ’20 la Malatestiana appariva come un caso quasi unico in Europa: una biblioteca umanistica giunta sostanzialmente integra dal Rinascimento all’età contemporanea, con lo stesso edificio, gli stessi plutei e gli stessi manoscritti ancora legati ai banchi dalle catene originali. I restauri avviati negli anni della direzione Dazzi contribuirono in modo netto alla costruzione dell’immagine moderna della Malatestiana, destinata nel tempo a diventare un simbolo internazionale della conservazione storica e della civiltà umanistica, fino al riconoscimento Unesco come Memoria del Mondo.