«Un problema si risolve non creandolo». Parte da queste parole dello scienziato Barry Commoner una riflessione sviluppata da Daniele Zavalloni, attivista per l’ambiente dell’Ecoistituto di Cesena, realtà con base in via Germazzo impegnata da 40 anni, con mille iniziative, a fare educazione per una migliore convivenza con la natura e tra esseri umani. Sposa quel pensiero a proposito dei rifiuti abbandonati pungola il Comune, dicendo che la città «non ha bisogno di essere pulita, ma di non essere sporcata». E le strade che indica per centrare questo obiettivo sono da una parte la responsabilità individuale di ogni cittadino ma dall’altra anche controlli più capillari e sanzioni severe a chi sgarra.
Zavalloni lamenta che sia il centro che la periferia «sono ridotti a immondezzai» e invita a «prendere la bicicletta e frequentare le strade della periferia e i parcheggi dei centri commerciali, dove troviamo rifiuti ovunque: bottigliette di plastica, lattine di diverse marche di bibite, scatoloni, fazzolettini, scontrini, mozziconi di sigarette, sacchetti azzurri con i rifiuti delle colazioni. E in campagna, guardiamo i fossi stradali e poi il fiume, i torrenti: sono invasi da contenitori delle bibite di metallo, contenitori di plastica, tetra brik, contenitori di bevande energetiche, di solito sono un tipico alimento dei ciclisti della domenica, mascherine, ma anche interi sacchi e scatoloni pieni di rifiuti delle nostre case, calcinacci, e poi sdrai da mare, water, bidè, reti per letti, lavatrici, televisori questi ultimi scaricati rigorosamente di notte». Anche i parchi non sono in condizioni migliori - aggiunge - con «panchine sono contornate di mozziconi di sigarette, fazzolettini, bottigliette d’acqua».
Segue la prima stoccata: «Sicuramente non sono stati i marziani, ma dei bravi cittadini che si sentono in diritto di abbandonare in ogni dove dei rifiuti personali». Zavalloni osserva che nessuno si sognerebbe di sporcare in quel modo la propria casa e quindi si chiede: «Se è un gesto impossibile spargere i rifiuti in ogni dove, a casa nostra, perché allora è possibile spargerli lungo le strade, nei parcheggi, lungo i fossi stradali, nel fiume o nel torrente o in centro città? Ci stimo dimenticando che tutti i luoghi già citati sono sempre casa nostra. Purtroppo, tutto questo gettare rifiuti in ogni dove, lo riteniamo possibile ma solo nel giardino del
vicino, perché sappiamo per certo che la raccolta dei rifiuti è una competenza degli “enti pubblici».
Denunciata questa «ipocrisia», Zavalloni prosegue nel suo ragionamento, sostenendo che «è necessario adottare un metodo educativo che sia efficace, ovvero “il metodo coercitivo”, che è previsto per legge, anche se è sistematicamente disatteso; in molti casi è deliberatamente omesso in quanto manca il controllo, ovvero la prevenzione. I nostri vicini mitteleuropei, non hanno questo problema, non sporcano gli spazi pubblici, non abbandonano i rifiuti dove capita, ma sappiamo che non sono migliori di noi, o meglio lo sono, perché il metodo coercitivo è applicato: chi sporca paga, ma questo può avvenire solo se esiste il controllo attivo. A questo punto, dobbiamo chiamare in causa il sindaco, che ha l’onere e l’onore di intervenire e prevenire affinché la città non sia sporcata: è un obbligo di legge. E per quanto riguarda le proprietà demaniali fluviali, è un compito dell’Agenzia Regionale Sicurezza Territoriale e Protezione Civile prevenire».
Il tutto - conclude Zavalloni - è necessario per «tutelare la bellezza e la salute» e anche per «ridurre le spese di nettezza urbana» e semplicemente per «fare rispettare la legalità». Strade migliori rispetto ad affidarsi a «squadre speciali».