Cesena, il vescovo Caiazzo: “Impariamo a interpretare la musica e i tatuaggi, aiutano i capire i giovani”

Cesena
  • 29 settembre 2025

“No alla pastorale bonsai, quella del “si è sempre fatto così”. Si devono “trovare i modi per raggiungere tutti. Sì, perché Dio compie cose straordinarie, come convertire i mafiosi. E la nostra Chiesa locale ha tutte le carte in regola per fare bene. C’è un laicato cattolico molto attivo e presente e nelle chiese una buona tradizione. Chi va è convinto”, dice il vescovo di Cesena-Sarsina Pino Caiazzo, sollecitato dal direttore del Corriere Cesenate Francesco Zanotti, alla conviviale del Rotary Cesena, di cui è presidente Ombretta Sternini, tenutasi qualche sera fa.

È la ricetta dell’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo, in Diocesi dal 16 marzo scorso dopo nove anni di servizio episcopale a Matera-Irsina e due nella Diocesi di Tricarico, entrambe in Basilicata. In precedenza, come racconta agli oltre 50 presenti, era stato parroco per 31 anni nella periferia di Crotone, in Calabria, sua terra di origine, dove per lungo tempo ha celebrato in uno scantinato. Ma attenzione, dice il presule, allo scadere dei nove anni, come prevede il Codice di diritto canonico, ho sempre presentato le dimissioni al vescovo che in ogni occasione mi ha chiesto di rimanere. “Il prete non deve diventare un’istituzione. Può anche conquistare tutti, non deve fare il compagnone, ma deve portare Gesù Cristo alla gente, non se stesso”. E poi, aggiunge, “è giusto che più parrocchie possano godere del bene che un sacerdote può portare”.

Il vescovo vede due categorie di persone da tenere in considerazione in maniera particolare. La prima è quella dei giovani, quelli che volle avvicinare la sera precedente al suo ingresso, in basilica, al Monte, dove confluirono più di mille ragazzi. “La musica è un modo per parlare alle nuove generazioni – spiega monsignor Caiazzo -. Già quella sera lessi una preghiera composta con le frasi delle canzoni di Sanremo. Poi anche i tatuaggi: occorre saperli interpretare. È un modo per entrare in contatto con pianeti diversi”. Il secondo mondo da avvicinare per l’arcivescovo è quello delle fragilità: “Le case per anziani, il carcere dove mi reco ogni due mesi. Tutti abbiamo bisogno di affetto e attenzione”.

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