A Cesena un esempio lampante in città di compresenza di bambini provenienti da tanti Paesi è la scuola primaria “Carducci”. Enrico Flamigni, dirigente scolastico del Circolo Didattico Cesena 3, di cui fa parte quel plesso, non ha dubbi: «Dal punto di vista didattico, la cittadinanza non costituisce un elemento da prendere in considerazione». Ricorda come già la circolare emanata dal Ministero dell’Istruzione nel 2010 «facesse riferimento alla cittadinanza degli alunni, mettendo in evidenza la dimensione linguistica come elemento critico dal punto di vista didattico». Ma a suo parere, considerare la cittadinanza per la costituzione delle classi sarebbe “fuorviante” ai fini del miglioramento della didattica: «Non è questo il punto. Quando formiamo le classi, cerchiamo di mantenere un equilibrio tra bimbi italiani o di origine straniera, che siano nati qui e abbiano cittadinanza italiana o viceversa. Perché è una buona prassi pedagogica. Ciò che consideriamo come criterio principale è la competenza linguistica, a cui fa già riferimento la circolare in vigore, tanto che ogni anno chiediamo la deroga al Provveditorato perché siamo lontani dal 30% di bambini con conoscenza della lingua. Ma il fatto che ci siano classi con più del 30% di alunni con cittadinanza straniera non è un dato rilevante ai fini didattici».
Che conseguenze avrebbe alla “Carducci” l’entrata in vigore del vincolo? «Nel centro storico gli alunni stranieri sono il 40% del totale. Se solo il 30% potesse frequentare la scuola di riferimento, significa che le famiglie dovranno cambiare plesso. A quel punto, il Comune dovrebbe garantire un servizio di trasporto adeguato e si innescherebbe un meccanismo paradossale, che farebbe venir meno anche il servizio di prossimità che dal 1960 caratterizza le scuole pubbliche». La proposta del preside è un’altra: «Investiamo in docenti che insegnino l’italiano agli alunni con più difficoltà linguistiche».