Si è chiuso nelle aule del Tribunale di Forlì un intricato giallo legato a una successione, segnato da una battaglia legale a colpi di perizie grafologiche e accuse reciproche. La vicenda, che ha visto contrapposti un uomo residente a Bologna e due beneficiari cesenati, ruotava attorno alla validità di due testamenti olografi lasciati da un uomo, affetto da gravi patologie, deceduto a fine 2018. Il cuore della disputa riguardava due schede testamentarie redatte a soli tre mesi di distanza l’una dall’altra. Il primo documento, del 10 settembre 2018, indicava come erede universale l’uomo bolognese. Il secondo, del 30 dicembre 2018, revocava il precedente in favore di due residenti a Cesena. L’impugnazione del secondo testamento da parte dell’attore, con accuse di falsità, aveva innescato una reazione a catena, con i convenuti che, a loro volta, avevano contestato l’autenticità del primo atto, richiedendo la restituzione di un immobile a Bologna.
Cesena, guerra dei testamenti, il documento è un falso: un “erede” perde tutto
La decisione
A scrivere la parola fine su questa querelle è stata la perizia tecnica disposta dal collegio giudicante, presieduto da Danilo Maffa. L’analisi grafologica ha ribaltato le aspettative dell’attore, rivelando una verità scomoda. Sebbene il testamento di dicembre fosse genuino - con le naturali imperfezioni grafiche attribuibili alle precarie condizioni di salute del testatore - quello di settembre è risultato un falso. La consulenza ha evidenziato come il testo fosse privo di spontaneità, frutto di un “artificio grafico” eseguito da terzi, che il defunto si era limitato a firmare. Il verdetto del Tribunale di Forlì è stato categorico: nulla la validità del testamento di settembre per “difetto di integrale autografia”.
Di conseguenza, tutte le domande avanzate dall’attore bolognese sono state rigettate. La sentenza non si è limitata all’aspetto ereditario, ma ha imposto conseguenze pesanti: il soccombente è stato condannato al rilascio immediato dell’appartamento bolognese, occupato indebitamente, e al pagamento di un risarcimento per la mancata disponibilità del bene, quantificato in 700 euro mensili, oltre agli arretrati per le spese di gestione pari a oltre 19mila euro. A chiudere il cerchio, una condanna alle spese di lite di quasi 15mila euro, che, sommate ai costi della consulenza tecnica, rendono questa sentenza un monito severo contro i tentativi di alterare le ultime volontà dei defunti.