Calano i teloni di copertura con l’arrivo della sera. Un mormorio pieno di stupore s’innalza, l’attenzione dei presenti si sposta dai relatori ai beni archeologici. In occasione della “Notte europea dei musei”, la corte interna del complesso di San Domenico si è trasformata in un piccolo ed esclusivo museo a cielo aperto, con i “mascheroni cesenati” a prendersi la scena. A vent’anni di distanza dal ritrovamento dei primi frammenti nella seconda cantina del palazzo in via Milani, 8, per la prima volta in Romagna sono stati mostrati al pubblico i tre “mascheroni”. I due più completi dovrebbero raffigurare i volti dei santi Pietro e Paolo. Negli anni sono stati ricostruiti grazie al lavoro della Soprintendenza di Bologna, Ravenna, e da alcuni laureandi del corso magistrale Conservazione e restauro dei beni culturali. Alla piccola mostra i presenti hanno potuto osservare anche reperti archeologici di epoca romana.
«Grazie alla rassegna “Depositi aperti” – spiega l’archeologa Romina Pirraglia – vengono promossi e valorizzati spazi e patrimoni dei depositi che solitamente non vengono mostrati al pubblico. Per l’iniziativa della serata abbiamo scelto questi beni particolari perchè sono l’emblema del proficuo rapporto di collaborazione continua tra Soprintendenza, gruppo archeologico cesenate, e laureandi. Inoltre questi mascheroni entreranno a far parte dell’allestimento futuro del museo civico archeologico a Cesena».
«In uno dei butti presenti nella seconda cantina – prosegue Dimitri Degli Angeli, responsabile del gruppo archeologico cesenate – nel 2006 abbiamo ritrovato i primi frammenti dei mascheroni. Durante le ricerche in maniera fortuita abbiamo intercettato anche una buca di palo e ripulendola sono emersi materiali risalenti al terzo secolo a.C. Inoltre, nel punto di fornace, sono stati rivenuti anche reperti di epoca romana».
Dei volti di Pietro e Paolo dovrebbero trattarsi i due “mascheroni” meglio restaurati, con numerose analogie riscontrate negli studi di altre raffigurazione dei due santi. Realizzati nel 1600, la loro funzione originale era quella di ornamentare le strutture architettoniche degli edifici, in questo caso di una chiesa. «Potrebbero appartenere alla bottega del Toschini – racconta la restauratrice ed ex membro del gruppo di tesi Chiara Tamburro –l’artista veneziano nel Seicento si era trasferito in Romagna. All’epoca il palazzo in via Milani era vissuto dalla nipote di un parroco che molto probabilmente avrebbe ereditato questi mascheroni gettandoli in uno dei butti della cantina».
«Sulla composizione chimica e sui processi di restaurazione – prosegue – sono costituiti da tre rivestimenti differenti: uno strato bianco, una vetrina più scura e uno strato ceramico in superficie, come a voler ricoprire difetti di realizzazione. Durante il percorso di tesi io e i miei compagni abbiamo collaborato con la Soprintendenza di Ravenna. Prima abbiamo studiato un pre-incollaggio dei frammenti e individuato le connessioni, poi è stata realizzata una mappatura su tavole grafiche e infine abbiamo proceduto ad incollare i vari frammenti con particolari resine». «Per il restauro – conclude Margherita Mazzotti, funzionaria restauratrice della Soprintendenza di Ravenna – si è proceduto con la tecnica del minimo intervento. Per le integrazioni bisogna avere un approccio delicato, non si può partire da preconcetti».