Il problema casa è forse il rebus più complicato da risolvere a Cesena, e ormai in tutte le città. Ne abbiamo parlato col sindaco Enzo Lattuca.
Cesena. Emergenza abitativa, il sindaco Lattuca: “Super Imu sulle case sfitte senza motivo”
L’emergenza casa viene spesso raccontata come un problema delle grandi metropoli. È così?
No, la difficoltà di trovare una casa il cui prezzo rientri nel bilancio di un nucleo familiare riguarda tutti i territori. Anche a Cesena la domanda di abitazioni in affitto è cresciuta e l’offerta disponibile è realmente bassa. Non è più una questione che riguarda soltanto le fasce più povere o le metropoli. Non possiamo accettare che una famiglia lavori, abbia un reddito e non riesca a trovare un’abitazione. Non possiamo accettare che un giovane rinunci a costruire la propria vita in una città perché non trova una casa. Non possiamo accettare che un’impresa non riesca ad assumere perché i lavoratori non trovano un alloggio.
Lei ripete che la casa non può essere considerata una merce come le altre. Cosa significa concretamente?
La casa ha una funzione sociale che altri beni non hanno. Quando in una città c’è una forte domanda e contemporaneamente una parte significativa del patrimonio abitativo rimane inutilizzata, non possiamo limitarci a dire che è responsabilità del mercato. Il mercato va accompagnato con politiche pubbliche per garantire un equilibrio tra il diritto del proprietario e il diritto all’abitare. A Cesena abbiamo scelto di lavorare sull’edilizia sociale e sugli incentivi a chi mette gli alloggi sul mercato. Ma i Comuni, da soli, non possono risolvere un problema di queste dimensioni.
Una maggiore tassazione sugli immobili lasciati sfitti può essere una strada da battere?
Sì. Nelle città ad alta tensione abitativa, il sistema fiscale non può essere neutrale rispetto alla scelta di tenere volontariamente un’abitazione fuori dal mercato. Non sto parlando di chi non riesce ad affittare il proprio immobile, di chi ha un’abitazione da ristrutturare, di chi è alle prese con una successione o con un contenzioso. Sto parlando degli immobili sottratti volontariamente al mercato senza una ragione. Credo che lo Stato debba dare ai Comuni la possibilità di differenziare la tassazione Imu, prevedendo la possibilità di aumentarla sugli immobili che, senza una motivazione giustificata, vengono mantenuti sfitti nelle città a forte tensione abitativa. Non è una misura contro la proprietà privata, è un modo per rendere più conveniente mettere una casa a disposizione di chi ne ha bisogno piuttosto che tenerla inutilizzata. Una parte dei maggiori introiti derivanti da questa tassa speciale sugli immobili lasciati vuoti dovrebbe servire a rimpinguare il fondo per il sostegno all’affitto, che negli anni ha avuto risorse insufficienti rispetto alla dimensione del problema. Un’altra parte dovrebbe invece finanziare programmi strutturali di costruzione e recupero di edilizia sociale e di edilizia residenziale pubblica. È fondamentale uscire dalla logica dell’emergenza permanente. Se ogni anno abbiamo famiglie che non riescono a pagare l’affitto e contemporaneamente abbiamo una disponibilità insufficiente di alloggi a prezzi accessibili, non basta distribuire contributi. Servono nuove case, recuperare quelle esistenti, aumentare stabilmente l’offerta di abitazioni a prezzi sostenibili.
Un altro punto chiave su cui lei auspica una svolta è il meccanismo della cedolare secca...
Dovrebbe essere uno strumento per favorire l’affitto, non semplicemente un vantaggio fiscale generalizzato per il proprietario. Bisognerebbe collegarla all’applicazione di canoni calmierati. Se lo Stato rinuncia a una parte del gettito fiscale, è ragionevole chiedere che questo beneficio produca anche un vantaggio per l’inquilino. La logica dovrebbe essere semplice: più il canone è sostenibile per chi cerca casa, maggiore può essere l’incentivo fiscale per il proprietario.
Qui a Cesena si stanno già sperimentando politiche per incentivare l’offerta di alloggi?
Sì. Abbiamo avviato un percorso organico sulle politiche abitative e abbiamo lavorato anche per favorire il rientro sul mercato degli alloggi sfitti, affiancando agli incentivi strumenti di garanzia e sostegno. Presto avremo 27 nuovi alloggi a Palazzo Roverella, e siamo in attesa che riparta il cantiere del Novello. Però, anche se i Comuni possono fare molto, hanno bisogno di strumenti legislativi e finanziari nazionali.
Col Piano casa presentato di recente, il Governo Meloni sostiene di avere fatto la propria parte da questo punto di vista.
Quel Piano è insufficiente. Mancano risorse adeguate, obiettivi chiari e regole in grado di orientare il mercato. Un Piano casa non può essere soltanto un contenitore di buone intenzioni. Deve dire quante case vogliamo realizzare, dove, per quali categorie, con quali risorse e in quali tempi. Servirebbe invece un grande Patto nazionale per la casa.
Con quali azioni?
Primo: finanziare stabilmente il sostegno agli affitti. Secondo: rilanciare l’edilizia popolare e l’edilizia sociale, recuperando anche il patrimonio pubblico inutilizzato. Terzo: riformare la fiscalità sugli immobili in modo da premiare chi mette le case sul mercato a canoni sostenibili e disincentivare chi, nelle città dove c’è una forte domanda, sceglie di lasciarle inutilizzate senza motivo. Quarto: rivedere la cedolare secca, collegando l’agevolazione fiscale ai canoni calmierati. Quinto: dare ai Comuni strumenti e risorse per costruire politiche abitative territoriali.