Se avesse perso tempo a girare troppo intorno al dubbio se provarci o meno, forse, avrebbe lasciato perdere. Invece, il cinquantenne Raffaele Santarpia, assistente amministrativo all’Istituto comprensivo di Longiano, residente a Cesena ma originario della Campania, ha avuto le idee chiare fin da subito. Determinazione, fisico, allenamento, pazienza e follia hanno fatto il resto. Podista di lungo corso, Raffaele (detto “Lello”) ha deciso di sfidare i propri record portando vicina all’esaurimento la sua tenuta psicofisica in una maniera a dir poco curiosa. A fine marzo, il maratoneta di Ponte Pietra ha partecipato alla sua prima gara del circuito delle ultra maratone “48 Hr World Championship 2026”, al “Running Festival 2026” di Cinisello Balsamo.
La gara
Una gara endurance adatta ad atleti preparati, certo, ma soprattutto emotivamente impassibili e sostenuti da una consistente dose di dopamina in circolo. In circolo. Già, perché la competizione consisteva nel correre sempre lo stesso circuito di 1.600 metri macinando il maggior numero di chilometri in 24 ore. Partenza alle ore 10 del sabato, fotofinish alle 11 della domenica. Un anello infinito che nemmeno Yuri Chechi avrebbe domato.
«È stata dura – ammette Santarpia –. In 24 ore ho completato quasi 150 chilometri che mi hanno consentito di laurearmi vice campione nazionale nella mia categoria, in quanto la gara rientrava nel campionato italiano».
Lo sforzo
A pompare ossigeno nei polmoni e sangue nelle gambe di Lello non è stata solo la sua indiscutibile preparazione atletica, stimolata, conservata e migliorata in 25 anni di podismo ad alta intensità, ma la sua totale alienazione al contesto. «Calato il buio e dopo 10 ore consecutive di corsa, molti avversari hanno deciso di interrompere la performance per riposare e riprendere la mattina seguente – evidenzia –. A me non è mai nemmeno passato per la testa di fermarmi. Nemmeno quando ho iniziato ad avere i crampi allo stomaco per la fame e alle gambe per lo stress muscolare». Tenacia o insonnia non è dato sapere. Fatto sta che la determinazione ha portato i suoi frutti. «Mentre vedevo gli altri concorrenti intenti a ritirarsi, io continuavo a correre. E il mio contachilometri saliva ogni giro. Erano tutti stimoli per non mollare».
La passione
L’epilogo? Difficile da immaginare se si guardasse indietro. «A Sant’Antonio Abate, il mio paese di origine – racconta –avevo un amico abituato a correre tutti i giorni. Lo prendevo in giro perché si allenava tantissimo, ma non vinceva mai nulla. E lui replicava sempre sostenendo che al suo posto non avrei resistito un’ora».
Lo insegna lo sport: mai credere nei pronostici. Che poi tutto parta da una scommessa poco importa. «Una mattina andai a correre con il mio amico. Mi disse che se fossi riuscito a stare al suo passo avrebbe pagato la colazione». Così è scoccata in Raffaele la scintilla per la velocità, la bramosia dell’estremo. Nel contesto più rilassante: «Davanti a caffè e cornetto».
Ambizioni
A quella “colazione” ne sono seguite tante altre. “Rapide” sui 10 o 20 chilometri fino a quelle più sostanziose e prolungate tra i 42, 50 o 100 chilometri in un tempo oscillante tra le 6 e le 12 ore. In attesa del buffet di lusso: «Prima di tornare alle distanze brevi ho ancora un sogno: finire la Nove Colli di 200 chilometri», afferma Raffaele.
Chiuderà il cerchio? Chissà. Per il momento ci corre intorno.