«Hanno voluto rendere disponibile l’immobile per la cittadinanza. Evidentemente noi non siamo cittadini». Trapelano rabbia e rassegnazione da una replica della donna sfrattata lo scorso 17 febbraio con la figlia di 6 anni e i nonni da un immobile di proprietà dell’Asp a Tipano al sindaco Enzo Lattuca, all’assessora Carmelina Labruzzo e ai Servizi Sociali dell’Unione Valle Savio, fatta recapitare anche al Corriere Romagna.
«Abuso di potere»
Lo sgombero, secondo la donna, non avrebbe la natura giuridica di uno sfratto per l’assenza del relativo provvedimento dell’autorità giudiziaria, bensì di un «abuso di potere» dell’Unione dei Comuni Valle Savio, che ha privato la famiglia della casa. Oggi, infatti, la famiglia sarebbe in grado di pagare un canone di affitto, «ma con tutto il fango che ci è stato gettato addosso da chi aveva il dovere istituzionale di aiutarci non riusciamo a trovare nessuno che ci conceda un alloggio».
La morosità
L’immobile era stato assegnato perché la famiglia, composta da mamma, figlia minore, due nonni, due cani e un gatto, risultava senza tetto a causa di un precedente sfratto riconducibile al mancato pagamento di 74 mensilità. Per un totale di 26mila euro non versati al proprietario. Ma la donna fa notare che quell’insolvenza non è indicata tra i motivi di recesso dal patto sociale. Tuttavia è stata addotta dai Servizi Sociali dell’Unione quale valida motivazione per lo sgombero della casa di Tipano, dove la famiglia era entrata il 29 dicembre. «L’Amministrazione e i Servizi - ha scritto la donna allontanata - erano a conoscenza di quella morosità quando ci hanno concesso l’alloggio in via Tipano. Se fosse stato un ostacolo, non avrebbero dovuto nemmeno darci la casa». Tra l’altro, quella morosità sarebbe coincisa con l’inizio del concordato preventivo che coinvolse la società titolare dell’immobile e la famiglia avrebbe incontrato difficoltà nell’accantonare la somma necessaria a pagare gli eventuali arretrati, poi effettivamente richiesti.
Per quel che riguarda le altre inadempienze, la donna ha assicurato di aver versato 200 euro della quota, ma senza completare il pagamento perché ritrovatasi «in mezzo alla strada». E ha puntualizzato: «Nella lettera non si parla di mancato pagamento di contributi dovuti».
Atti
Nell’ordine di decadenza dal patto sociale, pervenuto secondo quanto evidenziato dalla signora il 21 gennaio «e non il 14 gennaio come dichiarato dall’assessore e dal sindaco», si imponeva di lasciare la casa entro 12 giorni. Troppo pochi per trovare una nuova collocazione. Dopo il primo accesso della Polizia locale nell’abitazione il 9 febbraio, «è stata inviata all’Unione, ad Asp e alla Polizia locale di Cesena un’istanza di annullamento, in autotutela, del provvedimento di sgombero per gravi violazioni di legge, di accesso agli atti e di incontro con il responsabile del procedimento». Nell’atto, rimasto senza risposta, si segnalava la mancata comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo di decadenza. Che avrebbe impedito alla signora di depositare una memoria difensiva.
Accuse di danni
La donna ha respinto al mittente anche l’attribuzione di presunti danneggiamenti agli arredi e agli impianti dell’immobile. Nell’atto di decadenza si parlava di «trasferimenti di arredi interni nella corte esterna», ma senza specificare gli immobili spostati. Stesso discorso per la contestazione di «un intervento all’antenna dell’edificio» da lei effettuato per l’inattività di Asp, competente per questo e per la manutenzione del termostato della caldaia. «Non ho manomesso né smontato nulla - ha ribattuto -. Eravamo al freddo, mi sono limitata a compiere un semplice intervento sotto la guida, per telefono, del tecnico specializzato dell’impresa che forniva l’assistenza».
Offese
Non ci sarebbe stato nemmeno alcun uso di «linguaggio offensivo e inopportuno» da parte della donna nei confronti degli assistenti sociali. Anzi, lei stessa avrebbe ricevuto insulti dall’operatore, quando ha segnalato la pesante presenza di umidità all’interno dell’edificio che avrebbe causato anche problemi respiratori alla figlia richiedendo l’accesso al Pronto soccorso.