Inizia a fare freddo fuori, e alcuni tra i cesenati senza casa passano i pomeriggi nella sala di Vicolo della Portaccia. In media 55 accessi al giorno, quasi tutti uomini, di età e provenienze diverse. Giocano a biliardino, al caldo, condividono caffè e cracker per merenda. Ognuno ha la sua storia, chi è precario, chi è malato terminale, chi è abbandonato e solo, chi è scappato da un paese ma convive con il desiderio costante di tornarci, tutti a condividere lo stesso spazio.
Cesena. Al caldo, tra biliardino e speranze: la vita quotidiana dei senzatetto
“Piazza Grande”
Un’oasi di pace che però non sta in piedi da sola, ma grazie al lavoro costante di un’equipe multidisciplinare di 10 operatori della cooperativa “Piazza Grande”, che, capitanati dalla vice coordinatrice Caterina Moroni, si impegnano quotidianamente per mantenere il luogo tranquillo, pulito e propositivo.
«Ho studiato neurologia e iniziato qui ancora prima che arrivasse la cooperativa, come un lavoretto per arrotondare, ma poi sono rimasta - racconta Moroni, mentre ci si prepara per l’ora della merenda -. Il bello e il brutto di questo posto è che essendo estremamente vivo, ogni volta è diverso. Cerchiamo di tenerli uniti e attivi, con laboratori artistici e culinari. Non è sempre facile».
Le sfide a biliardino
L’arrivo della cioccolata calda fa distrarre Balla, che sta giocando in attacco con i blu. Sbaglia il tiro e consegna il punto agli avversari, ma si riprende subito, e un rimbalzo sull’angolo sinistro mette in crisi la difesa di Michelangelo, dei rossi, che prende gol a sua volta. Ci si scambia, si bara, si ride, si fa qualche battuta sporca si ricomincia a dare stecche su stecche a quel biliardino malconcio ma paradossalmente amato, al punto che ci si procura anche il Wd40 per oliarlo in partita.
«Quanti anni ha il biliardino? Cinquanta? Cinque? Di sicuro più del centro - racconta Michelangelo, 30 anni, che ha ormai ceduto il posto a un compagno - sta su per miracolo, con le stecche che gli diamo. Il centro è qui da 3 anni, 2 con Piazza grande, ma c’era anche prima, in un posto diverso vicino al dormitorio»
La storia di Michelangelo
Michelangelo non racconta la sua condizione di senzatetto come una tragedia. Si sveglia tutte le mattine alle 6 e mezza, dal suo giaciglio in una galleria del centro cittadino. Si alza, va a fare colazione con un cappuccino in Piazza della Libertà e passa la mattinata in biblioteca con gli amici. Poi vanno a pranzo, a volte alla caritas, a volte al supermercato, e al pomeriggio vengono lì, per stare al caldo tutti insieme. Poi alle 19.30 il centro chiude e cenano da Cucine Popolari. Lavora a stagione, come tanti altri, ma fatica a trovare un impegno stabile: «Qui dentro, bisogna dirlo, di voglia di lavorare non ce n’è troppa - confessa, in parte smentito dal via vai di stampe di curriculum di alcuni ospiti -. La mia famiglia mi ha provocato molti disagi, abbiamo perso la casa popolare e sono stato cacciato di casa più volte da mia sorella. Però sono felice, perché non sono mai fermo. Tra i miei programmi per il futuro c’è quello di andare a Bologna, dove c’è più gente e più lavoro, e concentrarmi, trovare una casa mia».
La vita in gruppo
Intorno alle 17.30 inizia l’attività di gruppo, un lavoro artistico collaborativo sulla rabbia. Alcuni collaborano, altri meno, altri, quasi a sproposito, si lanciano in una sfuriata poco motivata contro gli operatori. «Molti qui hanno problemi di droga, e la polizia viene spesso a farci visita» spiega Michelangelo. La scenata viene abilmente contenuta e la tranquillità ristabilita, e si può così continuare a decorare il pannello.