Ha frequentato per 50 anni le aule dei tribunali, indossando “tutte le giacchette”, come le definisce lui stesso: poliziotto, magistrato, indagato, imputato, parte lesa, testimone e assolto. «Mi manca solo quella del condannato», scherza mentre viaggia lungo l’Emilia-Romagna per spiegare alla cittadinanza l’entità della riforma dell’ordinamento della magistratura al centro del referendum costituzionale confermativo del 22 e 23 marzo. Come farà anche domani a Cesena, in un incontro pubblico organizzato al palazzo del Ridotto, alle 21, per invitare a partecipare al voto apponendo la croce sul “sì”. Antonio Di Pietro, simbolo dell’inchiesta “Mani pulite” e già ministro dei Lavori pubblici e delle Infrastrutture nei due Governi Prodi, è infatti oggi il promotore del comitato “Sì separa” della Fondazione Einaudi.
Antonio Di Pietro a Cesena: “Voterò sì al referendum, ecco perché”
Prima di tutto, perché è importante votare a questo referendum?
«Invito tutti ad andare a votare, a prescindere dagli orientamenti, perché è un gesto di responsabilità dei cittadini. Oggi si chiede se vogliono riformare la Costituzione. Astenersi significherebbe affidare agli altri la sorte dei propri diritti. Ritengo essenziale recarsi al seggio conoscendo il merito del quesito. Indipendentemente da chi promuove la riforma. La medesima riforma la proponemmo anche noi del centrosinistra. E se ne continuiamo a parlarne da quarant’anni, senza alcuna modifica, è perché, sbagliando, la si trasforma sempre in conflitto politico».
Giuliano Vassalli era socialista e il centrosinistra lanciò la riforma già nel 1997. Oggi parte dell’opposizione si dichiara contraria.
«Quando la Bicamerale di D’Alema propose di separare le carriere eravamo tutti d’accordo. Oggi lo dice il centrodestra. Ogni legislatura ha i suoi riferimenti. Quello che va capito è che i Governi passano, la Costituzione resta. E va letta per quello che afferma: la magistratura è organo indipendente e autonomo, il giudice è terzo e imparziale. Non va interpretata in base al contesto del momento. Se possiamo restituire “serenità” a indagati, imputati e chiunque sia implicato nei processi è perché sa che davanti avrà un pubblico ministero che indaga e un giudice da lui separato che giudica. Credo che arrovellarsi su questioni politiche serva solo a non affrontare nel merito la questione».
Ma se non è una questione “politica”, perché quando fu il premier Silvio Berlusconi a prospettare la separazione delle carriere lei fece ostruzione?
«Mi opponevo perché si trattava di una riforma diversa. Berlusconi proponeva la sottomissione della magistratura inquirente al potere esecutivo. Ieri, oggi e domani, difenderò l’indipendenza e l’autonomia della magistratura».
È una riforma incostituzionale, come dichiara il fronte del “no”?
«Questa affermazione è una contraddizione in termini, davanti al fatto che la Carta stessa prevede la possibilità di modificarla. È stata cambiata già 21 volte. È una tesi insostenibile».
Il Ministero della Giustizia indica: 5.933 ingiuste detenzioni ed errori giudiziari tra il 2017 e il 2024, 32.484 dal 1991 all’ottobre 2025. Equivalenti a mille casi all’anno, cioè tre al giorno. Tradotti in oltre 1 miliardo di euro versati dallo Stato in oltre trent’anni per risarcire innocenti trattati da “presunti colpevoli”.
«Il processo si articola in un’indagine preliminare seguita dal dibattimento. È la struttura del sistema accusatorio che la Costituzione ha voluto in contrapposizione all’inquisitorio, dove giudice e inquirente erano la stessa persona. Oggi dobbiamo pensare il rapporto tra pm e gip come quello tra cacciatore e guardiacaccia. Nella prima fase il pm “cacciatore” indaga per capire chi ha commesso un reato. Il gip “guardiacaccia”, invece, deve controllare se il cacciatore ha individuato la “preda”, cioè l’indagato, corretta. Oggi il 97% delle richieste del pm sono accolte dal gip, per concludersi con una assoluzione in dibattimento. Motivo? Il “guardiacaccia” non funziona. Il gip finora ha spalleggiato il pm nella ricerca del colpevole. Ma una volta giunti al dibattimento, hai già rovinato la vita all’indagato. Per questo serve la separazione delle carriere, affinché quel giudice sia culturalmente distaccato dall’accusa. Ora sono parte della stessa famiglia».
Distinguere i magistrati inquirenti dai requirenti, dunque, garantirà l’imparzialità sancita dall’articolo 111 della Costituzione?
«Da questa riforma non uscirà un pm “superpoliziotto”, ma una figura che sopra di sé avrà solo la legge e l’obbligo di indagare su tutti. Con a fianco a sé un giudice che non avendo nulla da spartire col pm sarà terzo e imparziale. Lei giocherebbe una partita in cui l’arbitro e il suo avversario fanno parte della stessa squadra? La pubblica accusa deve cercare la verità rispetto a un reato. Dunque, serve qualcuno di distante che gli indichi quando sta sbagliando. Solo rompendo questo “cordone ombelicale” che lega le carriere di pm e giudici si può arrivare alla trasparenza».
A sentire le ragioni del “no”, la riforma Nordio limiterebbe l’indipendenza delle toghe.
«Questa riforma stabilisce che la magistratura rimane autonoma e indipendente da qualsiasi altro potere, come stabilito dall’articolo 104 della Costituzione. Anzi, introduce un’ulteriore forma di indipendenza: quella dalle correnti ideologiche interne al Csm. Soprattutto grazie all’istituzione di due organi di governo separati: un Csm per gli inquirenti, un Csm per i giudicanti. I cui membri non verranno più eletti, ma sorteggiati».
Il sorteggio mina la rappresentanza democratica e la competenza?
«Dove sta scritto? Il sorteggio avviene tra magistrati che hanno vinto un concorso e il giorno dopo possono già dare l’ergastolo a qualcuno. Il sorteggiato è già stato qualificato dal Csm come eccellente nelle progressioni di carriera. Perché una volta arrivato al Csm dovrebbe indebolirne l’autonomia? Anzi, la rafforza perché dovrà render conto solo alla legge. Il componente del Csm, che è organo di garanzia, non deve fare l’interesse dei magistrati della sua corrente, ma dei cittadini. Affermare che il sorteggio riduce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati equivale a buttare il pallone in tribuna: non si conosce il merito della riforma».
Dal 2021 al 2025, su 10mila magistrati valutati, il Csm ne ha promossi il 99,2%. E dal 1991 a oggi c’è stata una sola condanna per errori giudiziari.
«Per questo urge rendere costituzionale un organo esterno al Csm che valuti disciplina e responsabilità dei magistrati. Come, per l’appunto, farà l’Alta Corte Disciplinare prevista nella riforma. Oggi le sanzioni ai magistrati sono nettamente inferiori rispetto alle segnalazioni di casi sospetti. E spesso si risolvono in “un buffetto sulla guancia”. Un’Alta Corte autonoma e slegata da tentativi correntizi di inquinare le decisioni, formata da magistrati estratti a sorte tra giudicanti (6), requirenti (3) e da un elenco compilato dal Parlamento (3), non potrà mai ritenersi sottomessa né alla politica né alle correnti».