Tutti condannati: a pene miti rispetto a quelle indicate dalla legge e con una assoluzione per un capo d’imputazione ancora più pesante. Si è concluso con la lettura della sentenza da parte del giudice Marco de Leva il processo di primo grado per l’invasione di campo al termine di Cesena – Verona. Nell’aula di giustizia ieri il pubblico ministero Francesco Buzzi ed il difensore Riccardo Luzi, hanno tratto le rispettive conclusioni. Dopo che nelle precedenti udienze alcuni testimoni (tra i presenti allo stadio) e gli investigatori della Digos erano statti chiamati a ripercorre le tappe dell’accaduto.

La storia è nota nei suoi contorni: al termine del match (siamo nel maggio 2017) il pareggio col punteggio di 0-0 valse la promozione in serie A per la squadra del Verona. Dalla curva Ferrovia, dopo il fischio finale, alcuni tifosi veronesi scavalcarono le barriere per abbracciare i giocatori e fare festa. La scena non piacque ad alcuni ultras bianconeri, divisi da un’aspra rivalità con Verona, e così dalla curva Mare alcuni si riversarono in campo, cercando per le accuse il contatto con i sostenitori della squadra ospite. La polizia si schierò, riuscendo ad evitare che la situazione precipitasse. Ma tanti furono identificati e da lì, dopo avere visionato le immagini che furono allora riprese dalle telecamere della polizia scientifica, è nato il processo che ha visto chiuso ieri il primo grado.

Sei dei dieci imputati avevano già chiesto e ottenuto di convertire la pena nel patteggiamento in lavori socialmente utili a favore dell’amministrazione pubblica, da 120 a 160 ore a testa. Il processo invece è andato avanti per gli altri quattro imputati. La posizione di unoin particolareera più pesante. Era infatti anche stato accusato di travisamento del volto. Che, da solo, in caso di condanna può valere una pena che oscilla tra l’anno ed i due anni di reclusione.L’ultras bianconero ijn questione per questa accusa è stato assolto.

Per l’invasione di campo a tutti e 4 è stata comminata una condanna a 4 mesi di reclusione e 1.500 euro di ammenda. Pena sospesa. Si tratta di accuse che, codice alla mano, contemplano pene fino ad un anno. La condanna dunque si può definire mite.

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