Cesena, tra test e quarantena: parla il direttore di Microbiologia

CESENA. Effettuare test rapidi per diagnosticare l’eventuale positività al coronavirus non è «un’attività sanitaria urgente e indifferibile»: chi la svolge viola quindi l’ordinanza regionale basata su disposizioni ministeriali. È il motivo esatto per cui i carabinieri dei Nas, dopo un’ispezione nel laboratorio di una struttura sanitaria privata di Santarcangelo di Romagna hanno imposto lo stop al particolare esame, sequestrato centocinquanta dispositivi per la diagnostica e denunciato sia il legale rappresentante sia il direttore sanitario. L’ipotesi di reato è inosservanza del provvedimento dell’autorità (articolo 650 del codice penale).
Ma è opportuno sottoporsi a un test sierologico per scoprire se si è entrati in contatto con il Covid – 19? La possibilità di prenotarne uno in una delle cliniche private che recentemente li hanno messi a disposizione ha suscitato l’interesse di molti cittadini, allettati dalla (presunta) occasione di scoprire se nel proprio organismo sono presenti o meno gli anticorpi per il nuovo coronavirus. La raccomandazione del direttore di Microbiologia di Asl Romagna, Vittorio Sambri, però, è quella della massima prudenza: «Ci sono centinaia di test in commercio, noi, nei laboratori di Pievessstina, ne abbiamo testati almeno 150 e ne abbiamo selezionati due. Non possiamo essere certi che tutte le cliniche private abbiano fatto lo stesso lavoro di ricerca e sperimentazione, per cui il rischio è alto». «Due diversi test somministrati alla stessa persone nello stesso lasso di tempo – ammonisce il medico – possono dare risultati contrapposti».
Dottor Sambri, i test sierologici configurano uno strumento utile per la diagnosi di Covid – 19?
«Per rispondere è necessario fare una premessa: i tamponi non sono in grado di individuare il 100% dei positivi, c’è un margine di errore che su soggetti sintomatici si aggira tra il 20 e il 30%, perché la sensibilità del test può variare in ragione delle modalità di esecuzione e della presenza del virus nelle alte vie respiratorie, dove potrebbe non essere presente sia in fase iniziale o finale della malattia. Si tratta dei “falsi negativi”, ed è per questo che, giustamente, le persone con test negativo, ma con sintomatologia clinica compatibile con il Covid, vengono curate come positivi a tutti gli effetti. Ecco perché aggiungendo l’indagine sierologica alla diagnostica clinica e al tampone l’accuratezza nell’individuazione dell’infezione aumenta. Perché sappiamo che gli anticorpi in un certo periodo di tempo compaiono, e se ci sono sei certo che quella persona ha contratto il Covid».
I test sierologici in commercio hanno tutti uguale validità?
«Le industrie cinesi ci hanno letteralmente inondato di test immunocromatografici più o meno simili. Di questi, in laboratorio ne sono arrivati almeno 150, provenienti da importatori che nella maggior parte dei casi li propongono in maniera incontrollata, per questo è necessaria molta attenzione. Nelle ultime settimane ne abbiamo selezionati un paio, quelli che ad oggi sono risultati più accurati, cioè in grado di individuare il coronavirus Sarscov2 e non tutti gli altri coronavirus, tra cui c’è anche il semplice raffreddore. E’ un lavoro lungo e complesso, in continua evoluzione. Quindi, personalmente, nutro dei dubbi sul fatto che tutte le cliniche private che dispongono di questi test abbiano fatto lo stesso lavoro di ricerca e sperimentazione».
Qual è il rischio?
«Che sullo stesso paziente, nello stesso momento si abbiano esisti contrapposti con due test diversi, e questo può portare a credersi “immuni”, aumentando quindi il rischio del contagio. Per questo motivo, pur ammettendo che i laboratori privati siano mossi dalle migliori intenzioni, nonché dalla comprensibile esigenza di fare business, è necessario poi anche assumersi responsabilità medico legali precise».
Ora i test sierologici vengono somministrati al personale sanitario, pensa che un domani possano essere fatti anche alla popolazione civile?
«Al momento vengono fatti ogni due settimane ai sanitari perché il tempo di incubazione è uno dei pochi aspetti su cui abbiamo certezze, ma non abbiamo a disposizione test da fare a tutta la popolazione non abbiamo sufficienti evidenze scientifiche in merito. Per cui giustamente la Regione dice di non usare al momento i sierologici per le diagnosi, finché non se ne trova uno adeguatamente sensibile».
Qual è quindi il suo consiglio?
«State a casa finché si deve stare a casa, e non fate i test».

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