Cesena, regna la poesia nella Malatestiana

Musei chiusi, teatri chiusi, momenti insieme vietati. Un vuoto, anche dello spirito, a cui può offrire un palliativo la sapienza classica, debitamente aggiornata. Così, da un’intuizione e da un interrogativo sollevato da Giliola Barbero, direttrice della Biblioteca Malatestiana di Cesena che ha inaugurato il suo mandato nella stagione dei “lockdown”, nasce “Poesia dai Manoscritti, letture tratte dalle Odi di Orazio e Satire di Giovenale, e testi tramandati nei Codici Malatestiani”.

Il progetto unisce le collaborazioni di Malatestiana, Ert (Emilia-Romagna teatro fondazione) e Comune; è trasmesso sui canali on line sabato 12 dicembre alle 18 e domenica 19. Poesia, metrica, letteratura, recitazione, teatro, tecnologia, si uniscono nella bellezza e sapere rinascimentali degli antichi codici e Aula del Nuti, scenografia dell’evento. I testi uniscono la descrizione deimanoscritti malatestiani che li tramandano.

Direttrice Barbero, quale spinta le ha suggerito questo progetto originale.

«Ogni giorno mi chiedo quale valore ha la conservazione del nostro patrimonio di tradizione occidentale, quale dev’essere la reale motivazione per spingerci a preservarlo. Continuo a pensare che ciò che conta davvero sono i testi, la poesia fa bene! In questo territorio di molti poeti ho così pensato di rendere la poesia protagonista. Preziosa è stata la collaborazione di Ert; il direttore Claudio Longhi (appena entrato a dirigere il Piccolo di Milano) ci ha creduto subito. Sono molto grata».

Perché si è orientata su Orazio e Giovenale?

«Orazio è un poeta conosciuto da chi ha studiato anche solo un po’ di latino; perché dunque non rileggerlo insieme, per farne risuonare la lirica. Giovenale è legato a una mia passata esperienza che mi ha fatto scoprire l’attualità di questo autore che descrive l’età imperiale e l’inizio della decadenza di Roma. Mi onora la presenza al progetto del latinista Stefano Grazzini (interviene a distanza dal suo studio), specialista assoluto di Giovenale, la cui loquela toscana esalta gli aspetti della satira del poeta. Grazzini affronta anche la metrica latina, l’aspetto più legato al ritmo e melodia, cosa che dovrebbe arricchire la percezione poetica di chi ascolta».

Come sono strutturati visivamente i due appuntamenti?

«Sono video di circa 25 minuti ciascuno, girati nell’Aula del Nuti e montati dalla videomaker Francesca Cappi; di ogni poeta introduciamo una brevissima lettura in metrica, quindi ne leggiamo i testi tradotti da Edoardo Sanguineti. Sabato 12 alle 18 si comincia con le Odi di Orazio da un manoscritto dell’XI secolo; il latinista Grazzini ha preparato l’attore Michele Di Giacomo (forte di studi classici), a una lettura in metrica del “Carpe diem”, mentre il professore commenta il concetto di metrica in Orazio. Vi accostiamo un pezzo di Pascoli che riproduce la metrica classica in italiano e un’altra poesia bellissima di Franco Fortini. Sabato 19 dicembre approfondiamo “Le Satire di Giovenale” attraverso il Commento a Giovenale di Ognibene Bonisoli trascritto da Jean De Pinal. Grazzini guida Di Giacomo alla letturadella terza Satira di Giovenale. Completiamo con un testo francese di Nicolas Boileau (1636-1711), che risente delle Satire di Giovenale attraverso situazioni rocambolesche simili a quelle della Roma del poeta».

Gli antichi manoscritti riacquistano anche la voce.

«I manoscritti non sono fini a sé stessi, da quei codici sono nati testi che hanno creato una letteratura e alimentato temi sopravvissuti fino ad oggi».

Ha detto che la Biblioteconomia si è occupata dei fondi antichi come studio, ma poco come gestione; questo evento aggiunge motivazione alla conservazione dei testi antichi?

«Quando ti accorgi che le persone possono essere vinte da un virus, mentre l’economia fatica ad andare avanti e tu ricevi fondi pubblici per mantenere manoscritti, ti interroghi sulle ragioni del patrimonio e su come farlo fruttare. La tutela del patrimonio offre tipologie di sostegno all’animo umano, come la poesia. Coloro che fanno cultura devono rendersi conto che il loro non è un mondo assoluto».

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