Cesena, omicidio al parco: la moglie racconta a “I fatti vostri”

«Quella mattina è stato tutto diverso da qualsiasi altra mattina, Io avevo i brividi e quando mi hanno telefonato ho capito subito che nulla sarebbe più tornato come prima».

Omicidio delle Vigne. Con Giuseppe Di Giacomo, 62 anni, condannato all’ergastolo per l’omicidio del 49enne Davide Calbucci. Iwona Bednarz, la moglie della vittima, ieri accompagnata dal suo avvocato Alessandro Sintucci era negli studi di Roma de “I fatti vostri” dove, aiutata a vincere la commozione dalle domande del conduttore Salvo Sottile, ha ripercorso le tappe del delitto ed esplicitato “come continua la vita” nel condominio che condividevano vittima e carnefice, dopo la lettura della sentenza d’ergastolo.

Il delitto

Giuseppe Di Giacomo aveva giàmesso a segno il delitto: «Ma io non l’ho saputo subito – ha spiegato la moglie della vittima – Ero ancora in bici quando mi è arrivata la telefonata di una vicina che mi intimava di tornare perché era successa una cosa grave. Io non volevo rientrare, dovevo andare al lavoro. Poi i 10 minuti sui pedali per rientrare verso casa mi sono sembrati 10 ore. Ho visto il condominio circondato da troppa gente vestita in maniera strana. Sono corsa al parco ed ho visto il lenzuolo bianco steso a terra, ho riconosciuto le scarpe di Davide».

Anche la poliziotta a cui ha detto che era la moglie di Calbucci aveva le lacrime agli occhi e non parlava: «Un’ambulanza mi ha riportato a casa. C’era mia figlia dalla terrazza che urlava “Mamma dimmi che non è vero”. Quelle grida strazianti le ha sentite tutta Cesena».

Calbucci ha implorato di fermarsi

Iwona Bednarz racconta le testimonianze agghiaccianti di chi ha visto l’omicidio: «Lo hanno detto le persone che hanno visto la scena che Davide avrebbe implorato di fermarsi al siciliano, come lo chiamano tutti alle Vigne; ma lui ha continuato a colpire e quando ha finito ha anche detto al corpo di Davide a terra: “Adesso sei sistemato”. Poi ha preso la bici e se n’è andato, nessuno all’inizio sapeva dove cercarlo».

Le tensioni nel condominio

Una caccia all’uomo della polizia finita un paio d’ore dopo quando Di Giacomo si è presentato alla porta del carcere di Forlì consegnandosi alla giustizia. «Come sono iniziati i litigi? All’inizio per futili motivi. Di Giacomo mi aspettava per le scale per dire che i miei bassotti disturbavano, oppure per cose riguardanti la gestione dell’area condominiale comune. Ma la sera prima dell’omicidio c’è stato altro. Davide ha fermato la figlia della compagna di Di Giacomo per le scale. Le ha detto di stare attenta perché lei e sua madre non capivano che mostro avessero in casa. Un uomo pericoloso che aveva da poco molestato un’altra donna al parco».

Si poteva evitare

L’idea è che questa possa essere stata la molla della premeditazione del delitto, e la moglie di Calbucci non si dà pace pensando che il delitto potesse essere evitato: «Noi abitiamo ancora tutti lì. Ad un piano di distanza. La compagna dell’assassino non ha mai parlato di queste cose con me. Ma quando mi incontra mi sfida con lo sguardo. A me quello che dispiace è che tutto questo dolore poteva essere evitato. La compagna di Di Giacomo ha saputo che poteva succedere qualcosa di grave. Se almeno avesse avvisato Davide di stare attento…».

Un condominio dove vive ancora anche Ambra, la figlia di Davide che il giorno dopo il delitto ha compiuto 14 anni scrivendo una struggente lettera mostrata in Tv: «Non siamo mai stati lasciati soli sia da amici che da persone che nemmeno ci conoscono ma che ci aiutano. Ambra sta ricominciando pian piano a vivere la sua vita. Ma ancora oggi indossa il profumo del padre, si mette il pigiama del padre e viene con me a dormire al suo posto».

La sentenza

Iwona Bednarz, alla lettura della sentenza, avrebbe voluto guardare l’assassino del marito negli occhi: «Per augurargli di vivere 200 o 300 anni visto che è all’ergastolo. Per pagare per più tempo possibile quello che ha fatto. Non ci sono riuscita. Quando in aula sono state mostrate le immagini ed i video della polizia scientifica io non ho retto e sono dovuta uscire».

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