Cesena, omicidio al parco: il killer dal gip smentisce i testimoni

Non ricorda quante coltellate gli ha inferto per ucciderlo. Ma ricorda perfettamente da dove ha prelevato il coltello per uccidere: dal cestino della bicicletta… «E non di tasca». “Smentendo” così uno dei due testimoni oculari che ha visto tutto della dinamica del delitto.

Stamattina davanti al gip Giorgio Di Giorgio è stato convalidato l’arresto di Giuseppe Di Giacomo: il 65enne che sabato ha accoltellato mortalmente l’odiato vicino di casa Davide Calbucci, anche lui residente al civico 197 di via Vendemini.

Di Giacomo, “il siciliano” come tutti lo conoscono alle Vigne, ha risposto dal carcere alle domande che gli sono state poste sul delitto ribadendo quanto in sede di fermo aveva già detto al pubblico ministero Laura Brunelli ed al suo avvocato difensore, l’avvocato Filippo Raffaelli.

Nei suoi sentimenti di odio sviluppati nel tempo contro tutti i romagnoli in generale, in cima alla lista da anni era finito Davide Calbucci: per delle querele reciproche datate 2016 e per tanti screzi di natura condominiale culminati nella settimana del delitto.

Lo scontro che è diventato mortale, verso le 9 di sabato scorso a ridosso dell’anello ciclo pedonale del parco Fornace Marzocchi alle Vigne, nei racconti ribaditi da Giuseppe Di Giacomo collegato dal carcere di Forlì con l’aula del Gip, è arrivato al termine di una settimana in cui per ben tre volte (a suo dire) era stato ingiuriato da Calbucci. La vittima, nei racconti del carnefice, lo aveva incrociato al parco lunedì, martedì e mercoledì e per altrettante volte lo aveva accusato di molestare le donne. Di averne importunate al parco (dove i due uomini si recavano spesso a portare a spasso i rispettivi cani) e di avere anche molestato una loro vicina di casa, arrivando a seguirla fino all’appartamento ed a bloccare con un piede l’uscio per cercare di entrare a casa sua. Accuse insopportabili per Di Giacomo; che sabato, quando a suo dire Calbucci aveva ricominciato al parco ad accusarlo delle stesse cose, aveva deciso di affrontarlo a muso duro per impedirgli di continuare a lanciare ingiurie.

Giuseppe Di Giacomo racconta di essere stato spintonato, e di aver recuperato poi (cadendo) dal cestino della bicicletta il coltello da macellaio che usa per raccogliere erbe di cui è ghiotto. Un punto, quello dell’arma, sul quale il Gip si è soffermato a lungo. Uno dei due testimoni oculari dell’omicidio, infatti, ha messo a verbale (sentito dalla polizia) di aver visto estrarre di tasca il coltello a Di Giacomo. Il 65enne ha invece ribadito durante l’udienza, con forza, di aver recuperato dal cestino della bici quell’arma. usata per finire l’odiato vicino. Anche sul numero di coltellate inferte il giudice si è soffermato. Giuseppe di Giacomo ha detto di non ricordarne il numero. Ma di aver iniziato colpendo all’altezza dell’addome per poi sferrarne altre altrove. Se si tratti di ricordi offuscati dall’adrenalina rabbiosa o di verità nascoste per convenienza lo dovranno stabilire le perizie sul cadavere della vittima. Di certo ad ora, coltellate allo stomaco della vittima non ne sono state circoscritte dalla Scientifica. Potrebbero essere stati i primi fendenti scagliati, durante i quali Calbucci ha cercato di difendersi, riportando ferite alle mani. Non certo il colpo fatale, inflitto presumibilmente tra spalla e collo a recidere un’arteria.

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