Cesena, Mirco Denicolò in mostra al Vicolo

Una mostra fatta di domande, visivamente e ceramicamente ricomposte. «Il solco è quello delle emozioni e dei ricordi: i fiori secchi sul tavolo, le voci che risuonano nel tempo, il mistero del giardino, il dolore della morte dei propri cari… la consapevolezza nel sapere che tutto è destinato a finire. Così si inizia a pensare che cosa continua a vivere nella nostra carne, nel vivere del quotidiano, nel sopravvivere dopo la sofferenza dell’abisso».

Così la curatrice Marisa Zattini presenta fino al 7 novembre alla galleria Il Vicolo la mostra Un giardino allo specchio di Mirco Denicolò.

Esposti in contemporanea al Museo della ceramica Giuseppe Gianetti di Saronno, i lavori dell’artista cattolichino, che vive e lavora a Faenza, si raccontano attraverso l’uso dei suoi media di eccellenza: ceramica, video di animazione, disegni e testi. Una serie di opere in ceramica, a rappresentare fiori e giardini incisi su dischi convessi e oggetti troncoconici, accompagnati da due video, Album e Identity card, che mostrano un terreno palpitante di vasi, fiori e radici. Il progetto è completato da un quaderno-mostra, dal formato scolastico, con gli angoli smussati, contenente disegni dei giardini visti dal doppio punto di vista: sopra e sotto la terra.

Denicolò, come connette il racconto di questo giardino alle proprie memorie?

«La mostra si basa su un momento di dialogo tra me e mia madre nel suo giardino, con la capacità di recuperare, far riemergere un vissuto familiare. Con la ceramica, ho perciò voluto descrivere questo “ambiente giardino” come un teatro di vita, e sottolineare anche nei miei video come questa eredità di vita sia interamente in queste relazioni, e come questo abbia un grande valore poetico».

Come si passa dal “racconto ceramico” al video poetico?

«È un video di frames, in cui si leggono degli sguardi, come storie, frammenti di vita di un luogo, come leggendo una scansione del tempo. Ciò che è rimasto impresso per sempre nei solchi della mia sensibilità visiva e poetica, come se mi chiedesse le parole per parlare».

Perché lega il racconto «della nostalgia di un tempo dilatato» a quello del bianco che lascia attorno ai suoi fiori finti?

«L’importanza del bianco, come si apprende dai maestri giapponesi, è che si impara a disegnare partendo dal vuoto. Non è un’assenza, ma una dimensione costruttiva, che nasce attorno a elementi disegnati. I fiori finti devono far credere che quello è un fiore. Organizzare il vuoto attorno a ciò che fiorisce è il lavoro dell’arte».

Apertura su richiesta: 0547 27479

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