Cesena, lavoratori agricoli introvabili: “Disastro da evitare”

I braccianti agricoli stanno ormai diventando una specie più rara del Panda. Si può sintetizzare così una vera emergenza con cui sta facendo i conti settore ortofrutticolo, e non solo nei campi dove si effettua la raccolta estiva ma anche nelle aziende dove vengono successivamente gestite e trattate le produzioni. A lanciare l’allarme è Legacoop Romagna, che avverte che nel comparto agroalimentare ci sono «Carenze di manodopera fino al 50%, con punte fino al 70% nella raccolta e lavorazione della frutta». Con conseguenze che rischiano di essere devastanti per un settore economico chiave, che l’anno scorso in zona «ha realizzato un valore della produzione di oltre 1,7 miliardi di euro e dato lavoro a oltre 7.200 persone».

Le buste paga

La mancanza di lavoratori, in particolare nelle attività stagionali, è un problema che sta venendo a galla in più contesti, a partire dal turismo. Ma, a differenza di quanto denunciano i sindacati per “l’industria delle vacanze”, la fuga dai campi avrebbe poco a che fare con i livelli troppo bassi delle retribuzioni. Questa è la valutazione fatta da Federico Morgagni, da poche settimane referente di Legacoop Romagna per il settore agroalimentare nella provincia di Forlì-Cesena. Fa notare che «le cooperative agricole rispettano i contratti di lavoro e da un’indagine nazionale condotta l’anno scorso era emerso che la retribuzione media era di circa 11 euro all’ora, seppur variabile in base a mansioni. Ma in Romagna si guadagnano anche cifre superiori: il salario nelle nostre cooperative bracciantili si aggira, per esempio, sui 12-15 euro all’ora». Non solo. «Diversi nostri soci si sono detti disponibili anche a ragionare di un aumento, se può essere utile – prosegue Mogagni – Anche se sarebbe bene non farlo su iniziativa del singolo, ma con scelte generali di filiera, dando il giusto riconoscimento ai prodotti di qualità». C’è però la convinzione che il nodo non sia nella busta paga: «Non c’è un fenomeno di lavoratori che rinunciano quando gli dicono quanto guadagneranno; il problema è che non si presentano proprio a chiedere lavoro».

«Ecco i veri problemi»

In casa Legacoop individuano la causa della “carestia” di braccia innanzitutto nella «mancata programmazione dei flussi migratori», facendo notare che se anche arriverà il tanto atteso decreto in proposito sarà probabilmente già troppo tardi. Eppure – sottolinea Morgagni – con questo vuoto «si finisce per favorire chi è senza scrupoli, e magari si macchia di crimini come il caporalato, a discapito delle aziende come le nostre che rispettano le regole». Perciò auspica «una modalità di gestione programmata e razionale dei flussi, attenta alla legalità e al rispetto dei diritti umani ». Più in generale, servono «politiche attive del lavoro per fare incontrare domanda e offerta e anche formazione, in quanto la manodopera odierna non è più quella di cinquant’anni fa, deve essere professionalizzata». Ma per Morgagni c’è anche un altro motivo per cui sempre meno persone sono disponibili a lavorare nel mondo agricolo e ha a che fare con i segni psicologici lasciati da quel trauma collettivo che è stato il Covid: «La pandemia ha convinto tanti a fare scelte di vita diverse, cambiando anche occupazione, a partire da quelle più faticose». In questo nuovo scenario, per i lavoratori agricoli andrebbe anche ripensato «il percorso occupazionale, rendendolo più duraturo, in modo da potere raggiungere almeno le 102 ore in un biennio e potere così percepire l’indennità di disoccupazione».

Tempesta a lungo raggio

Quel che è certo è che bisogna fare qualcosa, perché il rischio è che ci siano ripercussioni gravi non solo in questa stagione ma più “strutturali”: «Ci sono imprese agricole – dice Mario Mazzotti, presidente di Legacoop Romagna – che stanno rinunciando a raccogliere alcune pezzature di frutta o che hanno già programmato di riconvertire i campi verso colture estensive ad alto tasso di meccanizzazione, come i cereali. Gli ordini di fertilizzanti e antiparassitari sono in sensibile riduzione e molti imprenditori stanno rinunciando ad investimenti già pianificati: un segnale che molti soci agricoltori si preparano a ridurre al minimo le attività, se non a interromperle. E questo è un problema per gli stabilimenti di lavorazione e confezionamento disseminati sul territorio, dove rischiano di non arrivare quantità sufficienti di prodotto per coprire le linee di lavorazione. Tale situazione può portare a una riduzione di disponibilità di prodotto sui mercati. Il rischio concreto è di compromettere varietà tipiche del nostro territorio, come fragole, pesche e ciliegie, ma anche varie tipologie di ortaggi e colture sementiere. C’è il timore che il problema si ripresenterà anche per la vendemmia».

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