Cesena: l’ex sindaco dopo 10 anni ricorda l’emergenza “nevone” – VIDEO

Quando il 31 gennaio 2012 iniziarono a cadere i primi fiocchi di neve sul territorio cesenate, ci si aspettava un’ondata di maltempo e freddo, che era stata annunciata dai meteorologi, ma in una “normale” versione invernale. Invece, ciò che accadde tra quella serata e il 14 febbraio, quando si tornò alla normalità, fu incredibile. La pianura venne coperta da un manto bianco spesso 1 metri, che diventarono ben 3 nelle zone collinari. L’allora sindaco Paolo Lucchi, nel ripercorrere quelle settimane, individua tre fasi, che definisce «quella difficile, quella dell’orgoglio di comunità e quella della speranza di normalità».
I primi fiocchi
«Nella serata del 31 gennaio – ricorda – la giunta di allora iniziò il tradizionale tour nei quartieri per presentare il bilancio comunale. Eravamo a Borello e già a metà riunione notammo come le teste dei presenti non fossero più rivolte verso di noi, ma all’esterno. Tutti stavano infatti osservando una nevicata imponente, iniziata alle 22. Salendo in auto per tornare a casa, con l’assessora Maura Miserocchi verificai se il “Piano neve”, gestito da fuoriclasse come i dirigenti comunali Gualtiero Bernabini, Natalino Borghetti e il segretario generale Manuela Mei, che avevamo già attivato dalla mattina, fosse in corso e ci risposero che i primi spazzaneve erano all’opera e che la mattina dopo avremmo sparso sale per le strade, come previsto. E noi ce ne andammo a letto tranquilli».
Segnali di emergenza
Al risveglio, però, «tutti capimmo come le previsioni meteo avessero sottovalutato la portata di una nevicata che non sarebbe stata normale. Trovammo la pianura coperta da 10 centimetri di neve, la collina da 30-40, mentre la Prefettura chiuse E45 e Secante, quasi paralizzando il traffico e molte imprese furono costrette a chiudere. In quel momento sui social partì il bombardamento di improperi, al grido di “sindaco svegliati”, ma con i toni tipici delle nevicate normali, nelle quali ognuno ha giudizi e certezze assoluti. Mi arrabbiai molto, ma ben presto fu più forte la preoccupazione quando iniziarono ad arrivare le segnalazioni delle prime famiglie isolate. Alla fine, ne contammo un centinaio, disseminate soprattutto tra Formignano, Tessello, Casalbono, Luzzena, Paderno, Roversano. Cercavano aiuto per la spesa, perché impossibilitate a muoversi da case sommerse dalla neve, di quelle senza neppure la luce».
Aiuti esterni e perlustrazioni
Lì ci fu un cambio di passo: «Consapevoli che da soli non ce la saremmo cavata, decidemmo di fare due cose. Chiedemmo aiuto ai diversi livelli istituzionali, trovando impareggiabili partner nel prefetto Angelo Trovato, nel presidente della Regione Vasco Errani, nel capo della Protezione civile regionale Demetrio Egidi e in Guglielmo Russo, vice presidente della Provincia e suo omologo per il nostro territorio. Poi, con un team di solito formato da me, da Alberto Monti, alla guida della mitica Fiat Croma del Comune, e da Tommaso Dionigi, iniziammo a percorrere in auto, da mattina a notte, ogni angolo di Cesena per controllare quali effetti stesse causando la neve, quali interventi fossero necessari e scegliendo di informare i cesenati in presa diretta, attraverso Facebook».
Famiglie isolate e danni
La reazione fu energica: «La Protezione civile cesenate, coordinata da Gianni Gregorio, riuscì a raggiungere tutte le famiglie isolate, rassicurandole, fornendole di beni alimentari e di conforto, garantendo alle persone fragili ed ammalate la continuità dei servizi di assistenza socio-sanitaria e così tranquillizzandoci. E i cesenati, da “criticoni”, si trasformarono in protagonisti attivi, segnalando i problemi da risolvere, ma anche mettendosi a disposizione. A colpirci collettivamente, in quei giorni ed a farci capire la gravità della situazione, furono tanti episodi, ma uno in particolare: il cedimento di una parte del tetto del Carisport, avvenuto il 5 febbraio».
Risposta d’orgoglio comunitaria
Arrivarono quindi «i giorni dell’orgoglio», dal 6 al 9 febbraio: «Da una Piazza del Popolo trasformata in pista da sci e da slittino, dove si elevava una montagna di neve accumulata, si aprivano quotidianamente tutte le edizioni dei principali Tg nazionali. Ero intervistato decine di volte al giorno e rispondevo orgoglioso che gli aiuti giunti da fuori ci stavano facendo uscire dall’emergenza, ma anche i cesenati si erano rimboccati le maniche, facendo la differenza. Imparai in fretta che bastava lanciare un appello, magari prima a pulire il marciapiede di fronte a casa e poi a trovarsi per liberare strade, piazze, ingressi delle scuole, che avevamo chiuso quasi subito, a raccogliere generi di conforto per i senza fissa dimora, per trovarsi circondati da decine e decine di volontari. L’unico problema era quello di riuscire a organizzarli al meglio, fornendoli in ogni quartiere di pale, vanghe, scope. Fummo tutti travolti da questo spirito di comunità, che fece recuperare il sorriso a tanti e isolò gli ormai pochi propagatori di sventura, che su Facebook venivano regolarmente massacrati da chi, forte della propria partecipazione diretta alla gestione del nevone, li metteva in riga a suon di “ma smettila e vieni a lavorare con noi, piuttosto!”. E tornò in campo anche la goliardia, che raggiunse il suo apice con la battuta diffusissima che ricordava come “la poca neve caduta a Roma, che mandò in tilt la capitale, noi romagnoli l’avremmo spalata con le infradito ai piedi”».
Il ritorno alla normalità
Il periodo dal 10 a 14 febbraio Lucchi lo ricorda come quello «della speranza» e di una «normalità strana», con costanti come «la telefonata alle 5 del mattino alle donne e agli uomini del Servizio neve del Comune per capire se nelle ultime ore vi fossero state novità e il primo messaggio delle 6 su Facebook col resoconto della notte». Bambini e ragazzi, che restarono a casa da scuola per 10 giorni consecutivi, riempivano le strade per tirarsi palle di neve ad ogni ora e al tempo stesso militari dell’esercito, alpini, gatti delle nevi da alta montagna ricordavano che si stava uscendo da un’emergenza.
Per l’ex sindaco era soprattutto «strano vivere senza alcuna polemica politica, anzi con la disponibilità a fare assieme, perché quando si è in emergenza non si appartiene a un partito ma si appartiene tutti a Cesena».
Il 14 febbraio, quando per il secondo giorno consecutivo non nevicò, spuntò il sole e riaprirono scuole e imprese viene indicato da Lucchi come il momento del ritorno alla normalità, che significò però anche iniziare la conta dei danni e le richieste di aiuti. A livello personale, ricorda la richiesta di sua moglie Dagmer di «dedicarci almeno la cena di San Valentino, dopo che per tanti giorni ci eravamo visti quasi solo di sfuggita. Perché noi romagnoli siamo così: quando c’è da fare, si fa. Ma quando si smette di fare, di solito ci si mette attorno ad un tavolo per rilassarsi. Anche dopo un evento secolare come il nevone del ’12».

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