Cesena, l’attaccante-tacco e gli attaccanti-pacco

Il Cesena vince 0-1, gol di Corazza. È andata in scena la sintesi del progetto di questo campionato, un tipo di progetto in cui le chitarre soliste sul palco sono quelle degli attaccanti. Nella stiva di Toscano, in difesa c’è un sacco di carne esperta, a centrocampo dominano mestieranti di categoria, mentre in porta per ora abita una scommessa frutto di un paio di settimane dove ci si è colpevolmente complicati la vita.

Davanti invece. Davanti solo costose certezze, con tre furgoni carichi di gol posteggiati sotto il Manuzzi, di fianco al parcheggio scooter riservato ai due Shpendi. Uno come Corazza poi, in Serie C non ha nemmeno bisogno di giocare bene per essere utile: lo metti lì e aspetti. Di tacco, di tibia, di pancreas: il suo mestiere è segnare e farti vincere 1-0, che poi è la stessa idea che c’era alla base dell’arrivo di Caturano, che però fu caricato di troppe responsabilità. Caturano era (è) un bel finalizzatore, non un capitano. A ognuno il suo mestiere e Toscano (portiere a parte) la tavola l’ha apparecchiata mettendola in ordine.

I due limiti emersi finora? Il Cesena segna troppo poco rispetto a quello che costruisce e nell’ultima mezzora non sembra esattamente brillante. In caso di mancata vittoria sarebbero stati subito pensieri foschi, invece il Cesena ha vinto 0-1, gol di Corazza, l’attaccante-tacco che si distingue da tanti attaccanti-pacco, quelli riposti nella sala Almeida, sala che si trova nel corridoio Rennella e contiene lo scaffale Ghezzal che ospita il fascicolo Morbiducci (va bene, quest’ultimo è un ricordo da feticisti).  

Togliersi la scimmia della prima vittoria era troppo importante in un campionato in cui la missione dichiarata è vincerne parecchie, anzi: possibilmente quasi tutte. Un tipo di scimmia che poteva pesare anche su una squadra esperta come questa. Ora si può alzare lo sguardo con più serenità, guardando negli occhi un campionato con solo due squadre a punteggio pieno dopo due giornate (Entella e Carrarese).

A proposito di guardarsi negli occhi, torna alla mente il ricordo di Carlo Ceccaroni, anima della sala stampa dei tempi che furono grazie a massime immortali del tipo “scusate, mi ero perso al cimitero, non c’era anima viva” (la giustifiazione per un arrivo in ritardo allo stadio), “mi sono divertito di più quando mi hanno tamponato a Cesenatico” (intervallo di un antico Cesena-Carrarese), “va in te casèn te e tutta Padova” (finale di intervista a Gino Stacchini dopo lo spareggio perso nel 1994). In più Carlo era un vero galantuomo con il genere femminile e in una trasferta del centro Italia in autogrill si produsse in un saluto galante a una barista. Galanteria ahilui non ricambiata.

“Signorina, i miei occhi sono come una pergamena, piena di parole dolci per lei. Li legga. Un caffè grazie”.

Gelida la risposta della signorina, sommersa da scontrini e col buonumore tipico della domenica mattina al lavoro in autogrill.

“Mah, guardi: controlli bene la sua pergamena, per me è la cataratta”.

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