Tra andamento dei contagi e industria cinematografica, un futuro burrascoso si staglia all’orizzonte per i gestori di sale cinema. A richiamare l’attenzione, che troppo spesso sembra sopita, sul destino del settore è il gestore Maurizio Paganelli, che a Cesena è proprietario del multisala “Aladdin” a Ponte Pietra, oltre a essere uno dei produttori del film “Est-Dittatura last minute”.

Tempi lunghi

«Siamo sempre in attesa di sapere quel che succederà, ma temo che i tempi saranno ancora molto lunghi», commenta tra il preoccupato e il rassegnato. Un’eventuale riapertura dal 15 gennaio è un’ipotesi piuttosto remota: «O si decide che il contingentamento, le mascherine e tutte le misure che ci avevano chiesto sono misure sufficienti a vivere in sicurezza la sala cinema, oppure, se dobbiamo aspettare il calo drastico dei contagi, rischiamo davvero di non riaprire prima di settembre. E a quel punto non so quanti cinema saranno in grado di riaprire».

Mancano i film

A rendere ancora più complessa la situazione sono i meccanismi dell’industria cinematografica. «Se anche il 15 gennaio ci facessero riaprire, non avremmo film da proiettare – spiega Paganelli – I distributori hanno bisogno di programmazione e di certezze. Se ci facessero aprire a metà gennaio, avrebbero bisogno di almeno un mese di promozione, che significherebbe arrivare in sala a metà febbraio, sempre ammesso che i produttori trovino garanzie che l’apertura sia definitiva. C’è il caso del film di Verdone: è stato promosso per due volte ed entrambe le volte al momento di arrivare in sala sono scattate le chiusure. Parliamo di migliaia di euro sprecati».

Il problema della mancanza di film diventa ancora più evidente se si pensa alle grandi multisale. «Anche ristoranti e bar hanno subito continue aperture e chiusure – dice Paganelli – ma nel loro caso è possibile reperire le materie prime anche con scarsissimo preavviso. Non funziona così nel nostro caso».

«Serve programmazione»

Paganelli denuncia anche l’inadeguatezza della classe politica e del Ministero guidato da Franceschini: «Dimostrano di non sapere nulla di questo mondo. A noi servono certezze e programmazione. Quel mese e mezzo tra settembre e ottobre in cui abbiamo potuto lavorare è stato un bagno di sangue. Abbiamo speso tanto in comunicazione per riconquistare la fiducia delle persone e appena queste avevano cominciato a tornare al cinema ci hanno chiuso di nuovo».

Cambiamento culturale

Ma c’è anche un altro monito che lancia Paganelli: «Quello a cui stiamo assistendo è un cambiamento culturale profondo nel modo di fruire i film. Se aspettiamo troppo rischiamo che la gente si dimentichi della sala cinematografica e a quel punto i cinema rischierebbero davvero di sparire».

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