Cesena, il Tar contro la Variante anti-cemento: “Impresa soffocata”

È stata un’azienda di logistica di via Assano, la “Caaf”, la prima società privata che ha avuto la meglio sul Comune nelle sole due battaglie che ha perso al Tar (nella foto), nel contesto di una guerra legale non ancora conclusa, che lo ha visto invece vittorioso in 12 dei 14 duelli. Il motivo per cui si è combattuto è la discussa Variante di salvaguardia con cui 7 anni fa la giunta Lucchi azzerò numerose programmazioni edificatorie urbanistiche che erano rimaste inattuate. Otto ricorrenti hanno visto riconosciute dai giudici amministrativi le loro ragioni a proposito di un comparto a Pievesestina dove si sono visti di fatto negare possibilità d’espansione a seguito delle misure anti-cementificazione varate nel 2014. Però, qualche mese prima, c’era stato un precedente. In entrambi i casi il Comune ha deciso di impugnare le sentenze davanti al Consiglio di Stato, ma le motivazioni contenute in quella prima pronuncia che ha messo ko la Variante di salvaguardia sono interessanti per capire la complessità della materia, non solo dal punto di vista tecnico ma anche sotto l’aspetto politico ed economico, e l’impatto che ebbero le scelte di allora. Ma anche per districarsi tra le future operazioni urbanistiche, a partire dal Pug in fase d’approvazione.

La società “Caaf” fu colpita dal giro di vite sulle nuove costruzioni nelle aree produttive in quanto proprietaria di un compendio in via Assano 1600, su cui sorge un capannone artigianale di 1.350 metri quadrati, destinato ad attività logistica di supporto ai trasporti. Ma lì accanto c’è anche un’area inedificata di 11.373 metri quadrati, che il Prg del 2000 aveva classificato tra le “aree di cintura a destinazione prevalentemente polifunzionale”, con indice di utilizzazione 0,40. Su quei terreni fu esclusa, con l’introduzione della Variante «qualsiasi prospettiva di espansione, connotato essenziale di ogni iniziativa economica, essendo venuta meno la potenzialità edificatoria delle aree adiacenti al capannone». Così ha sottolineato il Tar, chiamato a esprimersi sul ricorso presentato per quella vicenda. E ha poi aggiunto che «questa previsione restrittiva è suscettibile di determinare un “soffocamento” dell’attività». Secondo la sezione del tribunale amministrativo presieduta dal giudice Giancarlo Mozzarelli (la stessa che ha pronunciato la sola altra sentenza sfavorevole al Comune di Cesena su questa partita), «la pianificazione urbanistica può contemplare scelte orientate a delocalizzare attività impattanti», eventaulità che era stata ipotizzata dal Comune nelle sue argomentazioni. Tuttavia, «deve essere accompagnata da soluzioni alternative praticabili, ad esempio mediante incentivi e disposizioni “promozionali”, previo coinvolgimento degli interessati con intese e accordi, anche mediante tavoli istituzionali».

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