Un secolo intero di lavoro e di vita delle classi soprattutto popolari, rivive in una trattazione dal ricchissimo apparato iconografico: “La fatica del lavoro nel Novecento in Romagna” di Elide Urbini e Orio Teodorani, edito da “Il Ponte vecchio”. Il volume viene presentato oggi alle 17 alla sala Sozzi del Palazzo del Ridotto. Introdurrà e dialogherà con gli autori Giordano Conti. Interverrà l’assessore alla Cultura Carlo Verona.

Un vasto archivio di immagini, ulteriormente arricchito dalle tavole a colori di Romano Buratti, destinato, dicono i due autori dei testi, «a ricostruire, come un puzzle, la vita della nostra gente, dei sacrifici e delle fatiche che hanno avviato quel percorso di crescita sociale ed economica che caratterizza il nostro territorio».

Urbini, quali le linee guida del vostro lavoro?

«Il primo obiettivo che ci ha spinto a realizzare questo volume è stato dare visibilità ai volti, alla fatica e alla vita vera dei lavoratori della nostra terra nel secolo che, nonostante diffuse e persistenti condizioni di miseria e povertà, nel volgere del tempo ha conosciuto le grandi trasformazioni socio economiche di cui ancora oggi siamo avvantaggiati. Sono quindi i lavoratori e le lavoratrici i protagonisti del volume che, grazie alle numerose e pregevoli foto di cui abbiamo potuto disporre, si presentano come testimoni e costruttori della nostra storia romagnola».

Teodorani, in che maniera, come scrive nell’introduzione il sindaco Enzo Lattuca, la vostra trattazione si è posta a indagare quelli che sono gli aspetti che formano «una specificità della cultura materiale e lavorativa romagnola nel Novecento»?

«Gli occhi dei fotografi, che hanno avuto la capacità di rappresentare con i loro fotogrammi specifiche e singolari testimonianze di tali situazioni, ci hanno permesso di dare organicità ad un racconto sulle condizioni di vita e di lavoro di quelli che in molti hanno definito “gli ultimi”. Furono però questi “ultimi”, anche con l’aiuto esterno di persone sensibili all’esigenza di dare emancipazione a chi viveva di fatica, che cominciarono a dare vita alle Società di Mutuo Soccorso, alle Leghe, ai movimenti politici che predicavano l’affrancamento. È da quel momento che cominciarono a proporsi non più solo come interlocutori individuali. Voglio solo ricordare, a testimonianza dei processi evolutivi che con difficoltà cominciavano a muoversi, che nel 1908 un contadino di Ponte Pietra, Primo Brighi, era membro del Consiglio Comunale di Cesena in rappresentanza degli elettori socialisti».

Come emergono nel quadro generale del lavoro nel Novecento, il ruolo, la fatica e l’emancipazione delle donne romagnole?, chiediamo ancora a Elide Urbini.

«In questa storia il ruolo della donna, per tanto tempo relegata ad una doppia subalternità, nella società e nella famiglia, come in parte lo è stato per i bambini, in realtà è stato importantissimo quanto, magari, non sempre riconosciuto. Furono in gran parte donne ad assicurare la manodopera necessaria al funzionamento dello zuccherificio, all’inizio del ’Novecento, lavoro durissimo e mal pagato, circa la metà di quanto assegnato agli uomini. Nel mondo contadino la fatica delle donne è sempre stata tanta e senza limite d’orario o di stagione, nei campi e nella conduzione della famiglia. È nel periodo bellico che avviene un riconoscimento sociale del lavoro femminile con l’ingresso di massa delle donne all’Arrigoni, chiamate a sostituire gli uomini impegnati loro malgrado nei vari fronti di guerra, e occupate nelle prime aziende di commercializzazione della frutta».

«Con questo libro – aggiunge Orio Teodorani – abbiamo voluto anche rappresentare un quadro, il più possibile universale, di quei circa cento anni dei lavori nel Cesenate ed in Romagna. Lavori spesso dimenticati, poiché scomparsi, altri come ad esempio quelli agricoli, profondamente trasformati dall’introduzione della meccanizzazione con conseguenti positive ripercussioni sulla forza lavoro. Voglio solo ricordare, con un paio di righe, come la secolare presenza del mondo contadino, in pianura come sulle nostre colline, sia stata sentinella di una tutela del territorio che fu consegnato alla mia generazione pressoché integro. Abbiamo avuto la fortuna di poterci avvalere della collaborazione del maestro Romano Buratti che, con le sue tavole a colori, ha arricchito il nostro lavoro e consegnato ai lettori le immagini presenti nella memoria di molti di noi come quelle della pescivendola e del maniscalco. Volti di fatica e di riscatto che abbiamo cercato con “La fatica del lavoro nel Novecento in Romagna” di fare rivivere, non per una operazione nostalgica, ma per consegnarci un ricordo comune delle nostre radici».

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