Cesena, il costo del latte cresce per via di guerra siccità e caldo

La guerra, il caldo, la siccità sono i tre elementi che hanno fatto aumentare a dismisura il costo del latte, e il caro energia è soltanto uno dei pesi da cui la filiera sta cercando di non farsi schiacciare. «La situazione è molto complessa», commenta Daniele Bazzocchi, direttore della Centrale del Latte, e le proporzioni di questa complessità sono tali che «deve intervenire lo Stato, da sole le aziende non possono affrontarla una situazione del genere».

I problemi che hanno determinato l’aumento del costo del latte «sono cominciati a marzo, quando con lo scoppio della guerra in Ucraina sono venuti a mancare i cereali esteri, il caldo è arrivato già a maggio facendo diminuire la lattazione, poi la siccità che ha ridotto drasticamente i raccolti facendo crescere ancora di più il costo dei cereali». Le conseguenze si possono osservare nel costo al litro del latte. L’acconto riconosciuto alla stalla lo scorso anno era attorno ai 40 centesimi al litro, un accordo di luglio lo ha fissato a 57 centesimi entro fine anno arriverà a 60 centesimi. «E dubito sarà finita lì», commenta Bazzocchi. «All’acconto – spiega – vanno poi aggiunte le premialità legate alla qualità del latte e i costi di raccolta. Nelle aziende grandi e strutturate la somma di questi ulteriori costi di aggira tra i 4 e i 5 centesimi, nel caso di una realtà come la nostra che raccoglie il latte di piccoli produttori questi costi viaggiano tra i 7,5 e gli 8 centesimi, il doppio».

Un buon indicatore di quello che sta succedendo al costo del latte è il prezzo di mercato: «A inizio giugno era superiore ai 60 centesimi, a luglio a superato i 70». Di solito viaggia più o meno a pari del costo alla stalla, «questa discrepanza così accentuata è del tutto inusuale». I produttori di solito usano il latte contrattualizzato, ma capita, ad esempio d’estate, quando gli animali, per via del caldo, producono meno latte, che si ricorra, per la quota mancante al proprio fabbisogno, al mercato. «Adesso non conviene più, ed è il motivo per cui ci sono aziende che decidono di fermare temporaneamente alcune produzioni e di conseguenza capita che il prodotto manchi al supermercato».

«A tutto questo si abbina il caro energia: se con l’energia elettrica ancora ce la caviamo perché abbiamo una tariffa bloccata, non è così per il metano che a luglio costava 1,74 al metro cubo, l’anno scorso costava 26 centesimi. Solo nel mese di luglio – racconta Bazzocchi – a parità di consumi abbiamo speso 25mila euro in più. Fino al mese di luglio il metano ci è costato 135mila euro in più». Ragione per cui in questi giorni, spiega, «stiamo lavorando per capire in quanto tempo riusciamo a convertire le caldaie per scaldare il latte da metano a gpl. Ma anche in questo caso lo facciamo tra tante incertezze: non sappiamo in quanto tempo riusciremo a fare questa transizione e ci chiediamo quanti abbiano avuto la stessa idea. Il timore è che presto comincia a non bastare anche il gpl».

Poi si aggiungono i costi dei carburanti, il costo della depurazione delle acque, insomma l’elenco è lungo. «Far quadrare i bilanci in questo contesto è un miracolo», assicura Bazzocchi. L’obiettivo è garantire la sopravvivenza delle stalle e in ogni caso mettere in pausa la produzione è fuori discussione: «Qui lavorano 120 famiglie tra dipendenti e soci». Si resiste quindi, e nonostante le difficoltà non si rinuncia agli appuntamenti tradizionali come la Festa della Centrale del Latte, che tornerà il 2 ottobre.

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