Cesena, i play-off e il valore del terzo posto

I play-off dunque. Una delle migliori invenzioni del calcio del terzo millennio. Allargarli a dismisura non piace a tutti, ma si è arrivati a ieri pomeriggio con 19 squadre su 20 con qualcosa da chiedere all’ultima giornata della stagione regolare. Addio per una volta ai biscottoni che mortificano i finali di stagione in Italia, poi la controindicazione è che chi ha fatto 45 punti può sognare la B, giocandosela contro chi di punti ne ha fatti 86.

Come arriva il Cesena alle gare senza un domani? Con alcune preziose armi da squadra da play-off: un attacco con tre giocatori in doppia cifra, un buon portiere, parecchie alternative in difesa. I punti deboli? Beh, 38 partite non sono bastate per fare nascere un centrocampo titolare: Brambilla è già in ferie per infortunio, Missiroli è una cometa a singhiozzo, Rigoni irreperibile, Frieser non era quello che serviva. In più c’è una squadra che sotto pressione fa fatica, con limiti di personalità emersi soprattutto in trasferta. Poi alcune individualità ci sono, come no: magari qualcuno impazzisce come Marilungo nei play-off vinti a sorpresa nel 2014 o come Moncini nella salvezza in B del 2018. Sono le follie di primavera che negli Stati Uniti riassumono nello slogan “from zero to hero”: da invisibile a eroe.

Il valore del terzo posto è indiscutibile: il Cesena ha preceduto avversarie che puntavano alla B diretta e ha quasi sempre fatto bella figura contro le squadre più forti del campionato. I problemi veri sono arrivati contro il Pontedera o il Montevarchi di turno. Quando il Cesena ha pensato: “Gli avversari sono alla portata, adesso tocca a me”, si sono viste le partite peggiori della stagione. Il vero vantaggio di un terzo posto che fa saltare i primi due turni è questo: in avvicinamento a una partita, questa squadra ha bisogno di essere spaventata dal valore dell’avversario per non finire spaventata da se stessa.   

Da oggi crolla la percentuale di chi va allo stadio sperando di vedere belle partite: ora conta solo vincere, perché con la finale del 12 giugno cambiano le carriere, cambiano le storie delle società. E’ il magnifico logorìo dei play-off, le gare che ti fanno finire aggrappato alla recinzione della curva ospiti di Latina o stravaccato a terra sotto la curva Ferrovia dopo un gol del Matelica al millesimo minuto.

E’ lo stress delle gare da dentro o fuori, ma chi fa il giocatore vive per questi stress. E invece chi allena? Come lo vive questo stress? Appoggiamoci ai classici, appoggiamoci a un Daniele Arrigoni d’annata: “Il calcio è quel gioco dove a un certo punto l’allenatore è costretto a dire delle gran bugie. In una partita partiamo alla grande, creiamo occasioni su occasioni, ma tra pali e parate del portiere, la palla non va mai dentro. Poi per una volta anche gli altri superano la metà campo e al primo tiro vanno in vantaggio. A quel punto, vedo metà della mia squadra che si gira verso di me, così batto le mani e inizio a urlare: “Dai ragazzi, tranquilli che se manteniamo questa intensità non la possiamo sbagliare”. E intanto sono lì che penso: ma io dove voglio andare, con una sfiga così?”. 

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