Don Odo Contestabile, monaco benedettino che per 33 anni visse e operò all’Abbazia del Monte di Cesena, è stato proclamato “giusto tra le nazioni”. All’interno del complesso museale dello Yad Vashem, a Gerusalemme, ora compare anche il suo nome accanto a quelli di migliaia di persone che salvarono la vita a tanti ebrei durante le persecuzioni nazifasciste. Nel suo caso, aiutò a fuggire in Svizzera, in momenti distinti, due famiglie, che così scamparono alla deportazione nei lager.

La prima segnalazione di questo suo gesto, con richiesta di inserimento nel “Giardino dei giusti”, risale al 1966. Ma solo l’anno scorso, dopo avere raccolto testimonianze decisive, don Odo ha meritatamente ricevuto questo onore. La notizia, attesa da tempo, non è stata ancora resa pubblica, ma è ufficialmente confermata anche sul sito web dello Yad Vashem.

Dall’Abruzzo a Cesena

Don Odo nacque nel 1912 a Ortucchio, paesino abruzzese, e il suo nome all’anagrafe era Cesarino. Avvertì subito il richiamo alla vita religiosa e già all’età di 12 anni entrò nel monastero di San Paolo fuori le mura, a Roma. Fu però dopo il trasferimento all’Abbazia cesenate di Santa Maria del Monte che la sua vocazione religiosa spiccò il volo. Qui diventò infatti novizio il 3 novembre 1928, prendendo appunto il nome di don Odo, e l’11 luglio 1936 fu ordinato sacerdote dal vescovo di allora, Alfonso Archi.

È in questo contesto che fu protagonista dell’avventuroso salvataggio di due famiglie ebree. Sei persone in tutto, tra cui due bambine.

Era l’anno 1943 e prima i Lehrer e poi i Mondolfo riuscirono a sottrarsi alle persecuzioni nazifasciste, perché il monaco ebbe il coraggio di accompagnarle di persona, in gran segreto e con false identità, fino al confine con la Svizzera.

La fuga dei Lehrer

Della famiglia Lehrer, che era originaria della Romania, facevano parte i genitori Giulio e Stella e due figlie che avevano 9 e 7 anni. Avevano trovato rifugio nella clinica cesenate del dottore Elio Bisulli (l’attuale casa di cura San Lorenzino), che li aveva fatti passare per malati. Ma il pericolo di essere individuati si faceva ogni giorno più concreto e così il medico contattò don Odo, chiedendogli di organizzare la fuga oltreconfine. A pochi chilometri dalla frontiera poteva contare su un amico, di nome Ambrogio Nicolini, che era stato sfollato e fece da “basista” cercando la collaborazione di un contrabbandiere della zona. Don Odo riesce a procurarsi i documenti falsi per la famiglia Lehrer. Per procurarsi false carte d’identità, fu detta una bugia a fin di bene agli impiegati del Comune di Cesena: il padre benedettino riferì che in monastero erano ospiti quattro suoi parenti abruzzesi, che avevano perso i documenti nel corso di un bombardamento. L’escamotage fu sufficiente a farsi rilasciate carte d’identità provvisorie sulle quali furono segnati nomi differenti da quelli originali: i due genitori diventarono Giuseppe e Maria Lereri. Preparato il terreno, il 3 dicembre 1943, don Odo salì su un treno con i suoi protetti. Scesero a Cuveglio e si incamminarono verso il confine che separava l’Italia dalla Svizzera. Non filò tutto liscio. Per due volte le guardie li fermarono e capirono che erano ebrei in fuga, ma per fortuna la loro umanità fu più forte del senso del dovere. Così, alla fine, guadando il fiume Tresa, i Lehrer raggiunsero la salvezza.

Il salvataggio dei Mondolfo

Per don Odo non era però finita. Pochi giorni dopo, gli fu chiesto di organizzare la fuga anche dei coniugi Isacco Emanuele Hayon Mondolfo, primario dell’ospedale Bufalini, e Dora De Semo. Avevano il fiato sul collo dei nazisti ed era stato il vescovo cesenate Beniamino Socche ad avvertirli. L’11 dicembre, sempre con la collaborazione dell’amico Nicolini, don Odo riuscì a ripetere l’impresa e anche i Mondolfo, così come i Lehrer, trovarono rifugio in Svizzera. Finita la guerra, emigrarono negli Stati Uniti. I coniugi Mondolfo tornarono invece a Cesena, dove Giulio lavorò come medico privato. Quanto a Don Odo, nel 1961 lasciò l’Abbazia del Monte per tornare da dove era partito il suo cammino di fede, e cioè il monastero romano di San Paolo fuori le mura, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1995.

Le storie di quei due salvataggi erano già venute a galla da decenni, ma solo ora si è concluso il percorso per includere don Odo tra gli oltre 700 italiani ammessi nel giardino dedicato ai “giusti fra le nazioni”, cioè coloro che a rischio della loro stessa vita aiutarono gli ebrei a scampare alla furia della Shoah durante la seconda guerra mondiale.

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