Cesena, disabili e ricoveri nella pandemia: l’appello di una madre

«Non esistono protocolli Covid per le persone che devono essere accompagnate e che non possono in nessuna maniera restare sole in ospedale. Io ho vissuto una esperienza terribile che mi ha segnato in maniera profonda. Serve intervenire perché situazioni così non capitino ad altri».

Parla di coronavirus e deficit cognitivi Silvia Faberi, 53anni cesenate: la mamma di Niccolò Riccardi. Si tratta di due volti noti in città. Con l’iniziativa “Nico Run” in passato sono stati ad esempio raccolti fondi destinati a speciali macchine donate al reparto riabilitativo dell’ospedale Marconi. Tutti e due hanno contratto e vinto il Covid. Ma in una maniera che va superata da protocolli che ora non ci sono.

Serve spiegare che Niccolò, nel 2016, finì in coma in seguito ad un incidente stradale. Dopo 5 mesi la sua vita è ripartita ma con un deficit cognitivo dovuto al trauma cranico patito. Passa quasi tutto il tempo con la madre (alle cui cure è affidato) ed in sua assenza, o trovandosi in contesti a lui non familiari, i suoi equilibri possono vacillare fino alla furia o a gesti di autolesionismo.

«Quando ho saputo della positività di Nico al Covid ho pianto, temevo quello che mi aspettava, che in realtà è stato peggio di quello che temevo». La quarantena in casa è difficile, senza distanziamenti possibili. Ma quando le conseguenze della malattia per Nico sono diventate tali da dover chiamare un’ambulanza alla sentenza di polmonite bilaterale e ricovero si è aggiunto altro.

«Premetto che nel periodo trascorso al Bufalini, tra il 2 e l’8 febbraio, ho incontrato personale preparatissimo e disponibile sempre a dare il massimo per agevolare la guarigione. Sono stati bravissimi. Nelle prime tre ore dal mio arrivo con Nico al Bufalini ho però dovuto lottare. Con tutti che mi dicevano che me ne dovevo andare lasciandolo ricoverato ed io che cercavo di spiegare come la cosa non fosse possibile. Nico poteva stare ricoverato da solo solamente se tenuto sotto sedazione perenne. Pochi minuti senza di me in un ambiente che non conosce ne avrebbero scatenato una furia incontenibile ed incomprensibile per i sanitari. Tre ore mi sono servite per “spiegare” che ero consapevole che restando mi sarei ammalata. Ma che non era possibile che io lasciassi solo mio figlio lì: che per lui le cure anti Covid non erano la sola assistenza necessaria».

Al Bufalini si è cercata una soluzione che non c’era: «I medici hanno chiamato chiunque per capire come ci si deve comportare in questi casi. Ma un protocollo non c’è. Alla fine sono rimasta. Su una sedia per una settimana, durante la quale, come prevedibile, mi sono ammalata di coronavirus e sono stata malissimo, senza per questo poter essere ricoverata anche quando ne avrei avuto bisogno a mia volta. Non appena la situazione lo ha permesso siamo tornati a casa dove abbiamo finito cure e quarantena. Resta l’amaro di sapersi sempre soli ad accudire un figlio disabile, soli durante il lockdown, soli nella malattia, e il pensiero, terribile, di cosa ne sarà di lui quando non me ne potrò più occupare. Ora anche la certezza che serva creare un percorso di diritto per tutti quelli come Nico che non possono proprio essere lasciati in ospedale a combattere la pandemia in solitaria».

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