Cesena, cucina popolare: a pranzo assieme senza distinzioni sociali

Un ristorante dove sedersi tutti insieme, mangiando lo stesso menù, che lo si sia potuto pagare di tasca propria oppure no. Questo il sogno che realizza ogni giorno il progetto delle Cucine popolari a Bologna. E presto diventerà realtà anche a Cesena. «È ancora tutto in divenire», precisa l’assessora Carmelina Labruzzo, ma la fase è quella in cui il sogno comincia a diventare realtà, anche se per diventare tale servono ancora contratti e accordi, in corso di definizione. Ieri in un incontro tra volontari e Comune è emersa anche la data della possibile apertura: lunedì 14 febbraio. Per quanto riguarda la sede, l’ipotesi più probabile (anche se ancora manca un contratto di affitto firmato) è che possa essere ospitata nel ristorante self service della Fondazione Don Baronio, chiuso dallo scorso aprile.

A mettere insieme i fili del telaio da cui è nata l’associazione di volontariato “Cucine popolari Cesena” è stata Elena Baredi, che le Cucine popolari le conosce anche grazie all’amicizia con Roberto Morgantini, uno dei fondatori del progetto. La prima cucina popolare è stata inaugurato a Bologna nel 2015, con l’intento di creare «un luogo dove le persone più in difficoltà potessero non solo avere un pasto caldo ma anche la possibilità di scambi sociali». Il sogno di portarle a Cesena fa parte del programma di mandato del sindaco Enzo Lattuca. Fu la risposta alla proposta del suo principale avversario alle ultime elezioni, il candidato sindaco del centrodestra Andrea Rossi, di portare a Cesena un ristorante stellato. «È in quella occasione che le cucine popolari sono entrate nel programma di mandato del sindaco», ricorda Baredi.

L’obiettivo ha cominciato a prendere sostanza questa estate: «Ad agosto, riuniti nel gazebo del mio giardino, abbiamo deciso di fondare l’associazione Cucine popolari Cesena», formata da una trentina di amici, diversi per storia e militanza politica, ma accomunati dalla convinzione che anche Cesena potesse avere una sua cucina popolare. Tra di loro c’era l’assessora Carmelina Labruzzo. Qualche tempo dopo è nata l’associazione, presieduta oggi da Enzo Capelletti, docente in pensione ed ex vicepreside dell’Ite “Serra”, che ha come vice Paola Farneti. Sette i soci fondatori e già 35 gli associati. L’idea alla base delle cucine popolari è quella di portare dignità al momento del pasto, restituendogli la sua dimensione più conviviale. I tavoli saranno apparecchiati con tovaglie di stoffa, piatti in ceramica e stoviglie, come un qualsiasi altro ristorante. Si vuole mettere tutti attorno allo stesso tavolo: chi arriva perché segnalato da Caritas o dai servizi insieme a persone semplicemente in cerca di un buon piatto e di un pranzo diverso dal solito. Il menù sarà fisso e cambierà di volta in volta, sulla base delle disponibilità. Per la dispensa le cucine popolari si agganceranno alla rete solidale di cui fanno già parte le mense Caritas, il Banco alimentare e, appena diventerà operativo, l’emporio solidale. Solidarietà e volontariato saranno l’energia di cui si alimenterà principalmente il progetto. Si punta a garantire almeno una cinquantina di pasti alla settimana, con due aperture settimanali a pranzo.

Il confronto con l’amministrazione comincia a farsi serrato e concreto e l’incontro di ieri, a cui hanno partecipato oltre a Capelletti e Farneti, anche Baredi, gli assessori Labruzzo e Verona e la dirigente Barbara Solari, serviva a gettare le basi per la definizione di un accordo formale. I volontari sono pronti e scalpitano. Un post che Baredi ha pubblicato il 23 dicembre scorso, in cui raccontava il progetto, è servito a raccogliere ulteriori disponibilità. La speranza è di poter partire il 14 febbraio, con un «pranzo d’amore per la città».

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