Cesena criminale nel saggio di Paolo Turroni

Non sempre Cesena è stata città dal vivere piacevole e tranquillo; la sua storia fa scoprire come sia stata percorsa da ondate di violenza e delitti efferati nei secoli. Lo racconta il nuovo libro Cesena criminale (Il Ponte Vecchio, pp. 176, euro 13) da oggi in vendita nelle librerie e nelle edicole. L’autore è Paolo Turroni, insegnante di Lettere al Liceo classico “Vincenzo Monti” di Cesena, scrittore e giornalista freelance. In nove densi capitoli e una postilla, fra citazioni e riferimenti di grande e piccola storia, l’autore attraversa duemila anni focalizzando lo sguardo su Romagna e Cesena in particolare, in secoli segnati da crimini e truci violenze quotidiane.

La contessa e il dottorazzo

Gli ammazzamenti sono qua e là “mitigati” da morti che suscitano il sorriso e che aprono a una Romagna del mistero che pure appartiene a questa terra. Così è “Lo strano caso della contessa Bandi”, nonna del futuro papa Pio VI morta per autocombustione, evento citato perfino da Leopardi nel suo “Zibaldone”; sconfina invece nella comicità la storia del dottore Baldassarre Pedroni morto nel 1414, ritrovato dai frati in ottime condizioni, da loro soprannominato “il dottorazzo”, mummificato nella semola, innalzato all’altare ogni 2 novembre per intimorire i fedeli al pensiero della morte, a meno di una vita di pentimenti. Un cadavere vivente, il dottorazzo, un giorno però scagliato da giovinastri nell’orto di Giacomo Bufalini (padre del medico Maurizio) dove “finì”, questa volta per sempre, in mille pezzi.

Rubicone, Rinascimento, miniere

La lunga storia piena di colpi di scena si apre “Sulle sponde del Rubicone” ripercorrendo la celebre vicenda di Giulio Cesare del superamento del fiume dettato dalla frase «Si lanci il dado» e non, precisa Turroni, «Il dado è tratto» come è giunto a noi. Si entra quindi in una delle pagine più cruente e terribili di Cesena, la strage del “Sacco dei Bretoni” del 1377, mandante il cardinale Roberto da Ginevra poi eletto antipapa. Ci si addentra nell’era dei Malatesta con Galeotto che rivendicava origine dagli Scipioni: «È una storia non di signori feudali quella dei Malatesta – spiega l’autore – quanto di feudatari del Papa che agivano a suo nome». Da lì si percorre il fervore luminoso dell’epoca rinascimentale, imbruttita però da storie di “eretici” puniti, da abusi contro i più deboli, su tante donne e bambine, si attraversa una Cesena che il Borgia avrebbe voluto capitale del suo regno, si racconta del famigerato luogotenente Ramiro de Lorqua «ritrovato la mattina di Natale in due pezzi sulla Piazza del Popolo affinché il popolo lo vedesse».

Una Cesena insomma come non ci si aspetterebbe.

«Nel corso dei secoli la vita a Cesena è stata molto difficile- ammette Turroni –. Del libro amo particolarmente il capitolo sul periodo rinascimentale, dove forte è il contrasto fra l’epoca culturale creativa e le violenze truculente. Mi avvalgo della fondamentale testimonianza del “Caos” del nostro Fantaguzzi, attraverso il suo diario di cronache ci permette di guardare la città giorno dopo giorno. Era una Cesena, quella, dove non si era certi di arrivare vivi la sera. Fantaguzzi era sensibile ai bambini; ci colpisce particolarmente lo stupro, nel 1498, del patrizio Ludovico Bucci su Francesca, di 9 anni; se la cavò dando un po’ di soldi e 10 carri di vino alla famiglia della bambina come se niente fosse. Quella era la società dove è nato anche il Rinascimento».

«Nel Cinquecento con Cesare Borgia – continua Turroni – Cesena ha avuto la sorte di essere città di primo piano; se la morte del padre di Borgia, papa Alessandro VI, non avesse trascinato anche il figlio nella fine, Cesena sarebbe diventata una capitale nazionale, il Borgia voleva persino scavare un canale da Cesena a Cesenatico, anche per controllare le miniere dello zolfo di Formignano».

Un capitolo tratta proprio della vita dei minatori di Formignano e della Boratella: «Era una esistenza subumana, i lavoratori subivano le peggiori ingiustizie; ce ne racconta l’opera meritoria della Società Mineraria che andrebbe recuperata e valorizzata».

Delitti e politica

Si arriva così a un Ottocento dove è tangibile la commistione fra politica e malavita; un delitto rappresentativo fu l’omicidio del conte Filippo Neri nel 1889, a opera della Squadra di Porta Romana. «Dietro il nome di Partito Repubblicano si celavano interessi personali, violenze private da parte di criminali che sfruttavano la copertura politica per imporsi con potere nella città, come il libro di Dino Pieri “La squadra di Porta Romana” ci fa capire».

Serra salvato dal portamonete

Si salta poi nel Novecento, nel dicembre 1911; Renato Serra appassionato ciclista, amante del gioco e delle donne, viene colpito nel centro storico dal meccanico di biciclette Luigi Tondi, marito geloso e violento (sfregia la moglie in viso con un taglio di 10 centimetri). Miracolosamente il 26enne viene salvato dal suo portamonete che blocca il colpo di pistola. «Se non fosse stato per sua madre che, nello spazzolargli la giacca, quella mattina gli spostò il portamonete dal lato destro, dove sempre lo teneva, alla tasca sinistra, noi oggi non potremmo ricordare il grande critico letterario di “Esame di coscienza di un letterato”».

Dagli omicidi ai femminicidi

Nella postilla conclusiva l’autore si ricollega alla cronaca violenta d’oggi. Racconta del 9 marzo 2011 quando la ventenne Stefania Garattoni, sua ex studentessa, viene uccisa dall’ex in zona San Domenico a Cesena. «È una ferita ancora aperta per me – ricorda Paolo – che mi ha spinto a fare questo lancio in avanti e a riflettere linguisticamente sulle parole omicidio e femminicidio, come fenomeno di ulteriore violenza nella violenza».

Una “Cesena criminale” assai succosa dunque, corredata da una vasta bibliografia che vede protagonisti molti autori della Romagna desiderosi di raccontare questa terra nella sua verità.

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