Ieri è stato l’ultimo giorno di attività per il più antico negozio di biancheria di Cesena. Era aperto dal 1932 e dal 1997 lo gestiva Patrizia Greco, che ora, dopo più di due decadi di lavoro in negozio, è pronta a passare a un nuovo capitolo della sua vita. Tanti anni di impegno, che si sovrappongono a un’esperienza di rappresentanza in Confesercenti, sono anche un osservatorio privilegiato sul commercio e su quanto questo sia cambiato negli anni.

I centri commerciali

«Il commercio nei centri storici è progressivamente mutato dall’avvento dei centri commerciali. «Credo sia un dato di fatto – spiega Greco – Si è allargata l’offerta e con essa le possibilità e a questa si sono associate una serie di “comodità”, prima tra queste i parcheggi, anche se poi per fare acquisti magari si è costretti a macinare parecchi chilometri, penso al caso dei grandi outlet». Un cambiamento nei consumi e nelle abitudini che è avvenuto «piano piano», ma il cui impatto si è potuto misurare anche nei mesi che hanno preceduto questo Natale in pandemia: «Con i negozi chiusi nei centri commerciali nel fine settimana i centri storici si sono riempiti. Erano anni che anche a novembre non c’era tanta gente, sembrava di essere tornati agli anni ’90».

Poco ricambio

In questo contesto – riflette Greco – «posso qualificare la mia offerta, ma se manca il flusso conta fino ad un certo punto». La sua – precisa – è una riflessione, non una condanna dei centri commerciali: «È un’onda che come azienda anche noi abbiamo cavalcato. Anche se mantenere negozi nei centri storici è sempre stato un caposaldo. Quello che voglio dire è che il mestiere è cambiato, diventando sempre più difficile. Non è un caso che a tanti di noi manchi il ricambio generazionale».

Online e disuguaglianze

L’avvento dei centri commerciali non è stato certo l’unico cambiamento. «Già da anni stavamo discutendo di come era cambiato il lavoro e la concorrenza, poi è arrivato il commercio su internet e con l’online la sensazione è di essere soli contro il resto del mondo». Una “battaglia” che non vede tutti attrezzati allo stesso modo: «Non siamo tutti nella stessa barca, le nuove generazioni sono più predisposte. In generale è un mondo meno controllabile: il prodotto, la concorrenza, su cui pesano anche gravi disuguaglianze. Sono anni che chiedo che si insista sulla web tax, l’ho sempre chiesto anche alle amministrazioni locali. Serve una voce costante e insistente se vogliamo salvare le nostre città. Conoscevo un vecchio negoziante di scarpe che diceva sempre che i suoi figli non erano venditori, ma porgitori di scarpe: loro della scarpa che vendevano non sapevano nulla. Credo che uno dei problemi di questa corsa all’online sia anche che non ci facciamo abbastanza domande: si guarda al risparmio, ma non ci interroghiamo troppo sulle ricadute ambientali, etiche, sociali di quei risparmi».

Il centro storico

Nel caso del centro di Cesena, secondo Greco, hanno avuto il loro peso anche le politiche degli anni passati: «Si parla spesso di pedonalizzazione del centro, salvo poi auspicare il ritorno degli artigiani: le due cose sono incompatibili. Manca da diverso tempo una visione ampia e coordinata per il centro storico. Troppo spesso abbiamo avuto la sensazione che il politico di turno volesse lasciare la sua impronta senza occuparsi di avere un piano organico».

Cambia l’associazionismo

In un centro sempre più dedicato alla ristorazione e ai bar e con sempre più insegne appartenenti a grandi catene, è cambiato anche il modo di “fare associazione” come ha potuto sperimentare in anni di Confesercenti: «Oggi noto che i commercianti sono meno coinvolti, e credo che l’aumento delle catene non abbia aiutato in questo senso. C’è meno coesione. Noto anche meno coordinamento tra associazioni: una volta si lavorava di più insieme».

Bene comune da tutelare

Patrizia Greco rivendica con orgoglio il suo essersi sempre sentita libera nella critica, ma allo stesso modo è orgogliosa anche del suo spirito propositivo: «Quello che abbiamo vissuto è stato un anno terribile. Le imprese hanno sofferto tantissimo ed è importante che arrivino gli aiuti giusti, perché se il governo non ci mette nelle condizioni di andare avanti le città moriranno. I negozi di vicinato sono socialità, cultura, anche sicurezza. Rappresentano un tessuto economico che è anche sociale, umano. Sono un bene comune e in quanto tale vanno tutelati. L’augurio che mi faccio è che i negozi tornino ad aprire».

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