Cesena, arrivano i ristori ma restano i malumori nelle palestre

Arrivano nuovi ristori per l’Emilia-Romagna. Ammontano a 13 milioni di euro: 9 milioni e 350.000 euro dal Decreto sostegni e 4 milioni dalla Regione. Una boccata d’ossigeno per categorie che sono state duramente colpite dalle restrizioni imposte dalla pandemia, come palestre, discoteche, imprese culturali.

Troppe incertezze

Nelle palestre, per le quali si prospetta una riapertura a inizio giugno, i malumori sono tangibili. «Come era successo lo scorso anno, anche quest’anno ci fanno aprire quando di solito le palestre cominciavano a svuotarsi», commenta Enrico Magnani, titolare del “Corpus”. Poi aggiunge: «Noi avevamo cambiato ragione sociale poco prima dell’inizio della pandemia e risultando come attività nuova non abbiamo potuto accedere alla gran parte dei ristori». Gli ultimi mesi con la palestra ferma non sono stati semplici: «Non vedendo la luce in fondo al tunnel, ho cominciato a fare un altro lavoro, e lo stesso hanno fatto diversi miei dipendenti». Appena possibile – assicura Magnani – «riapriremo, anche se ancora non sappiamo con quali protocolli, non sappiamo quanto e in che modo sono cambiate le abitudini dei nostri clienti. Ripartiamo, e lo faremo in modo graduale, poi tra qualche mese vedremo come è andata. Io sono dell’idea che si debba cercare di fare il meglio che ogni giornata offre; lamentarsi non serve a molto».

«Non chiudiamo più»

«È ancora tutto vago, siamo in attesa di avere notizie certe», afferma Filippo Cavalieri, che col fratello Maurizio gestisce la palestra “Il Corpo”. Dopo la lunga chiusura forzata, non fa mistero di essere arrabbiato: «È un anno che non vedo 1 euro. Se non ci fanno lavorare che ci paghino, e invece i ristori sono ridicoli: con quelli arrivati a fine aprile ci ho pagato a malapena un mese di affitto. Fa rabbia vedere palestre che si sono riconvertite in questi mesi in associazioni solo per poter aderire al Coni e continuare a lavorare, spesso solo fingendo di allenare atleti iscritti a gare nazionali. Noi ci siamo rifiutati. Il nostro è un settore disunito, non abbiamo una rappresentanza forte e questo ci ha penalizzati. Quello che so per certo è non appena ci faranno riaprire non chiuderò più».

Socialità necessaria

Non sa ancora se ha i requisiti per rientrare in questi ristori Sara Tisselli, co-fondatrice di “Accademia 49”: «Quello che so è che tutto quello che ci danno, poco o molto che sia, lo vogliamo reinvestire nella nostra scuola di musica e danza, per il bene dei ragazzi e delle ragazze che in questo periodo hanno accusato quanto noi la distanza. Sappiamo che è importante, perché ce lo dicono le famiglie: per i ragazzi poter stare insieme in sicurezza è una necessità e noi facciamo di tutto per poter rispondere a questo bisogno».

Aiuto ma non soluzione

I live club, come il “Vidia” di San Vittore, rientrano tra le categorie a cui sono destinati i ristori ma come imprese culturali, non come discoteche e il contributo massimo previsto è quindi di 3.000 euro, e non 10.000. «In questo momento ogni contributo è utile, ma è evidente – commenta Libero Cola – che non sono interventi risolutivi». L’urgenza adesso è ripartire: «È cominciata in questi giorni la presentazione dei calendari estivi, che in realtà fanno ancora i conti con l’incognita del coprifuoco. Ancora non sappiamo se potremo servire da bere ai concerti, non sappiamo quali saranno i protocolli, se si sperimenteranno isole Covid free usando tamponi e carte vaccinali».

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