Per la tradizione popolare è il “palazzo de diavolo”, ma al netto di leggende e superstizioni può essere definito un «sacrario di eroi del Risorgimento». Ed è così che un gruppo di residenti della Fiorita vorrebbe valorizzare quello che è l’edificio simbolo del quartiere. Il percorso per farlo è già partito, dando vita a un gruppo di ricerca, con l’ausilio di storici del territorio, per ricostruire nel dettaglio il passato di quell’affascinante edificio e le vicende legate ad esso. In particolare, a pochi giorni dal 189° anniversario della battaglia del Monte, hanno approfondito quell’episodio bellico poco noto ma di grande importanza, che ha avuto proprio nel “palazzaccio” uno dei luoghi cardine. Si sono basati soprattutto sugli scritti di Nazareno Trovanelli e questo promette di essere il primo passo di «un progetto culturale su cui basare il recupero dell’immobile». Un progetto – annuncia Denis Parise, dell’associazione “Rifiorita” – che «sarà presentato durante un convegno che abbiamo in mente di organizzare quando la bestia Covid sarà battuta».

Ma cosa fu, di preciso, la battaglia del monte? Dopo averla inquadrata nel contesto della rivoluzione del luglio 1830 a Parigi, che portò al potere la dinastia D’Orleans, il gruppo di ricerca entra nei dettagli della ribellione che scoppiò in Romagna. «Bologna si sollevò il 3 febbraio 1831 e Cesena il 6. Ovunque poche centinaia, a volte anche solo decine di cittadini, riuscirono a farsi consegnare il potere dai prolegati, mentre le truppe fraternizzarono con gli insorti. Subito si perseguirono due obiettivi di primaria importanza: collegare le città insorte tra loro, designando come capitale Bologna, e inviando ognuna i propri rappresentanti, che l’11 marzo proclamarono abolito il potere temporale dei papi; formare un piccolo esercito, che ebbe nelle sue file anche 300 cesenati guidati da Sante Montesi, con l’obiettivo di espandere la rivoluzione in tutto lo Stato Pontificio, issando la bandiera tricolore in Campidoglio». Papa Gregorio XVI, salito al soglio pontificio il 2 febbraio 1831, trovò però una sponda dell’Austria, le cui truppe a Cesena giunsero il 25 marzo. Ma dopo essersi ritirate, l’insurrezione si riaccese il 16 luglio. Questa volta – fa notare il gruppo di ricerca storica – non con un piglio rivoluzionario ma con un approccio liberale riformista: non si parlava più di abbattere il potere temporale pontificio, ma si puntava a ottenere concessioni civili. A un certo punto, sembrò che la questione potesse essere affrontata per vie diplomatiche e si pensò di riunire i rappresentanti elettivi della Romagna e delle Marche: Cesena elesse Maurizio Bufalini e Bartolomeo Borghesi, mentre Recanati designò Giacomo Leopardi. Ma intanto il papa si preparava allo scontro: «La curia romana mise insieme un’accozzaglia di quasi 4.500 fucilieri, 500 dragoni e 8 cannoni al comando del cardinale Giuseppe Albani e come esecutore militare il colonnello Antonio Barbieri, e da Rimini li scagliò contro Cesena, dove si erano raccolte tutte le forze degli insorti da Bologna in giù, che erano 2.000 con 3 cannoni, al comando di Pietro Landi». Qui si entra nel vivo della battaglia del monte: «Dopo un combattimento valoroso di questi patrioti liberali, che dall’abbazia della Madonna del Monte, dall’oratorio dei Filippini sul colle Tranzano, dalla Villa Neri, dalla chiesa di San Pietro e dal palazzaccio sostennero l’urto di un nemico superiore per forze e preparazione militare, il 20 gennaio 1832 la fortuna arrise alle forze papaline. Alle 13.30, battute le forze liberali e sfondata a colpi di cannone la Porta Romana (ora Porta Santi, ndr), le orde pontificie si gettarono vandalicamente sulla città uccidendo e derubando. Saccheggiarono anche le chiese, perfino l’abbazia. Una donna fu trucidata mentre portava in braccio il suo bambino, che rimase a piangere atterrito sul cadavere della madre; un tal Viviani, nascosto nella cripta della chiesa del Monte dietro un crocifisso, fu bersagliato da una palla di fucile che prima di colpirlo solcò l’effigie di Cristo. Bastava affacciarsi alla finestra casualmente, mossi dalla curiosità, per venire segnati a bersaglio. Dietro quei manigoldi fece il suo ingresso in Cesena il cardinale Giuseppe Albani e così nulla mancava a ricordare la strage del 1377 ad opera delle marmaglie del cardinal di Ginevra».

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