Cesena, addio a Giorgini, testimone degli eccidi nazifascisti

La comunità cesenate ha perso uno dei sempre più rari testimoni della lotta antifascista e degli eccidi che insanguinarono soprattutto le zone della “bassa” dove è sempre vissuto. Senza dimenticare che fu anche uno dei pionieri dello sviluppo dell’agricoltura. Martedì scorso, all’esterno del circolo Arci di Bagnile, i suo cari e un gruppo di amici e di compagni d’avventura politica, prima nel Pci e da ultimo nelle file del Pd, hanno salutato Elmo Giorgini, da tutti conosciuto col soprannome Varzi ad Brazadena. Nato a Calabrina nel 1928, si era trasferito a Bagnile nel 1940, restandovi fino alla fine. Ad accompagnarlo nel suo ultimo viaggio è intervenuta la banda di San Giorgio, che ha suonato intramontabili brani folk, come Romagna mia, ma soprattutto i pezzi che sintetizzano al meglio gli ideali che ha sempre portato avanti: Bella ciao, Bandiera rossa, L’internazionale. Fino allo struggente Silenzio, eseguito con la tromba dal maestro Iader Abbondanza. Varzi era stato soprannominato così per la sua passione per le moto: quello era infatti il cognome di un noto pilota che correva negli anni ’30. Bruno “Dumer” Giorgini, 67enne conosciuto anche per i suoi trascorsi da consigliere comunale e figlio del defunto (l’altra è Cristina, che di anni ne ha 54), ricorda le molteplici dimensioni di suo babbo. «Si dedicò all’agricoltura, prima come mezzadro in poderi di proprietà della Chiesa e poi come coltivatore diretto, a partire da metà degli anni ’50. Si dedicò in particolare alla peschicoltura, arrivando ad avere vari campi, per una superficie totale di 5-6 ettari. Era molto moderno per i suoi tempi, nel lavoro, dove ebbe grandi intuizioni, e non solo. Per esempio, fu tra i primi della bassa cesenate ad acquistare un’auto, che andò a prendere direttamente alla Fiat di Torino». Restando nell’ambito lavorativo, il figlio sottolinea che Varzi, «anche se non fece parte del gruppo dei fondatori, all’inizio degli anni ’60 fu tra i primi soci della Cof (quella che sarebbe poi diventata l’Apofruit, a seguito di fusioni, ndr), di cui fu anche a lungo consigliere». Quel suo impegno – ha ricordato in questi giorni un suo amico – lo costringeva a rinunciare, una volta alla settimana, ai suoi altrimenti quotidiani dopocena passati al circolo Arci-Pci, a parlare di politica, cooperazione e agricoltura: quando si riuniva il Consiglio della cooperativa, rincasava infatti non prima di mezzanotte e alle 5 del mattino seguente era già al lavoro nei campi. Ha lavorato fino al 2008, quando fu operato al cuore – ricorda ancora Bruno Giorgini – e dopo dovette cavarsela con i risparmi messi da parte, visto che «la pensione minima che percepiva se ne andava per due terzi solo per pagare l’Imu della propria abitazione e di quella vecchia e disabitata». Ma tanti anni prima c’era stata una vita ancora più dura. «Durante il nevone nel febbraio 1929, che fu molto più impressionante di quello del 2012 che ha fatto tanto clamore – racconta il figlio – i suoi genitori, che abitavano a Calabrina, vissero isolati per lungo tempo nella stalla assieme agli animali per scaldarsi e per nutrirsi e questo consentì a mio babbo, che allora aveva pochi mesi, di salvarsi». Da ragazzo vide invece l’orrore dei rastrellamenti nazifascisti: «Il 19 ottobre 1944, alla vigilia della liberazione di Cesena, tre giovani di Bagnile catturarono uno dei soldati tedeschi accampati in zona e lo rinchiusero al secondo piano di una casa, ma lui si buttò di sotto atterrando su un letamaio, fuggì e i nazisti andarono a fucilarli immediatamente sul posto. Mio nonno e mio babbo recuperarono i cadaveri per restituirli alle famiglie». E anche la moglie di Elmo Giorgini, Carla, che ha 86 anni, fu testimone di un atto feroce, che la segnò per sempre, quando nel luglio del 1944, all’età di 9 anni, vide due antifascisti impiccati a pochi passi da casa sua.

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