Cesena, 77 donne maltrattate nel 2021: ecco le contromisure

Nel 2021 le donne accompagnate alla rete anti-violenza territoriale sono state ben 77, contro le 60 dell’anno precedente, entrambi periodi caratterizzati dalla pandemia. Tre di queste donne hanno avuto necessità di essere messe in sicurezza in unità abitative d’emergenza e fra le 183 richieste di colloqui richiesti, di cui 142 effettuai (148 nel 2020), 44 erano relativi a casi di maltrattamento, 12 di stalking, 3 di minacce, 2 di molestie, 1 e 2 di percosse.Questa tragica realtà è stata al centro di una tavola rotonda organizzata ieri dall’associazione “Perledonne”,che ha riunitoforze dell’ordine, avvocate e operatrici del Centro donna e ha permessodi fare conoscere soprattutto la procedura del Codice rosso e gli strumenti legali di tutela delle vittime. Ma prima di tutto si è insistito sulla necessità di denunciare la violenza subita, «anche se spesso bisogna rispettare i ltempi delle vittime e tener conto che hanno subìto traumi che le rende fragili, recidive a denunciare, disorientate, tanto da pensare che quel comportamento non sia un reato. La paura di denunciare – ha detto Carolina Porcellini, del Centro donna – è anche legata al fatto che il maltrattante non è un mostro, ma un uomo con cui la persona aveva un progetto di vita, ha avuto dei figli ed ha avuto anche dei momenti romantici».

Il Codice rosso

L’introduzione della legge 69 del 2019, conosciuta come Codice rosso, ha accelerato i tempi della prima indagine da parte delle forze dell’ordine, ma è vincolata alla denuncia della vittima, come ha spiegato Veronica Gatti, ispettrice della polizia di Stato. «Veniamo a conoscenza di situazioni di violenza dalle chiamate d’emergenza fatte al 112 dalle vittime stesse, dalle segnalazioni delle associazioni e dei Centri donna e tramite il Pronto soccorso. Il Codice rosso ha definito dei passaggi che siamo obbligati a fare ed elencato determinate condotte che si riconducono a una lista di reati per i quali la polizia è obbligata ad avvisare immediatamente il pubblico ministero. Ha inoltre velocizzato i tempi in cui noi dobbiamo intervistare la vittima: entro tre giorni. Senza prove e denuncia non si può procedere d’ufficio, ma il Codice rosso ha fatto emergere il sommerso». Sabato Simonetti, comandante dei carabinieri di Cesena, ha incentrato il suo intervento su quelli che, a suo parre, possono essere utili strumenti di prevenzione alla violenza, come l’ammonimento e l’allontanamento del violento. «L’utilizzo dell’ammonimento, che può essere fatto prima della denuncia della vittima, ha avuto successo nel 99% dei casi in cui lo abbiamo usato. Anche perché è accompagnato dall’obbligo di frequentare centri per la rieducazione ed è importante prospettare ai carnefici l’esistenza di questi Centri. Bisogna poi tenere conto che il 90% degli autori di violenza è inconsapevole di essere un maltrattante e in situazioni sul nascere l’ammonimento è lo strumento per avvertire il soggetto che sta avendo un comportamento reprensibile dal punto di vista legale e sociale. Un altro strumento a nostra disposizione nei casi più gravi è l’allontanamento immediato dell’autore di violenza, se si interviene sul posto. Oppure dopo 5-6 giorni una volta passati i tre giorni d’indagine preliminare. Infine, in certi casi che abbiamo seguito è emersa anche la necessità di educare la vittima, che a volte, dopo un periodo di soprusi, dalla ragione passa al torto».

Gli strumenti legali

Sugli strumenti legali a disposizione delle maltrattate si è soffermata l’avvocata Antonella Caporali. «Spesso le donne non denunciano perché temono dopo di restare sole e senza mezzi economici. La legge interviene riconoscendo alle vittime il gratuito patrocinio e consente di usufruirne indipendentemente dal reddito e anche per gli “orfani speciali”, i figli delle vittime di femminicidio. Una delle novità introdotte dal Codice rosso è che il giudice può chiedere l’intervento dei servizi sociali per proteggere la persona. E può ordinare anche il mantenimento della vittima al maltrattante con un assegno: nel caso non venga dato, il giudice può intimare al datore di lavoro di provvedere di conferirlo». Caporali ha anche segnalato che si usa poco il braccialetto elettronico, «sia per questioni di cultura che per un problema di costi». Ha infine ricordato che la legge riconose borse di studio, rimborso spese per medicine ed assistenza psicologica agli “orfani speciali”, ma «l’iter burocratico è lungo e lento e mancano i fondi: si parla di 300 euro al mese ad orfano, davvero poco».

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